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Una finestra sulla Biblioteca

Figure nell'Archivio: Una "Amazone Guerriera"

(di Paola de Conciliis)

Nelle buste numerate da 170 a 173 dell'Archivio Storico di Montevergine, ordinato dal P. Giovanni Mongelli negli anni Settanta del secolo scorso, si trova la documentazione relativa al nuovo palazzo abbaziale di Loreto, nato dopo il terremoto del 1732, che aveva pressoché distrutto il più antico edificio, sito nel luogo detto Urrita, i cui resti furono demoliti completamente in seguito ad accordi con le università di Mercogliano e Ospedaletto. Acquisito un territorio in luogo detto Vesta, nel 1733, sotto il generalato di Angelo M. Federici iniziarono i lavori al fabbricato, su progetto iniziale di Domenico Antonio Vaccaro. Questi aveva già avuto rapporti con la congregazione in qualità di pittore, come risulta anche dal fascicolo datato 1721-25 della busta 166, relativo al pagamento della decorazione di alcune cappelle nella chiesa del monastero verginiano di Casamarciano. Il Vaccaro invierà a Loreto negli anni successivi anche quattro tele.

Sotto il primo e il secondo generalato di Nicola M. Letizia (1748-51 e 1760-63) l'archivio dell'abbazia fu oggetto di cure particolari, che ebbero come risultato l'ordinamento in 140 volumi corredati da indici particolari e da un indice generale, ad opera del P. Cangiano, nel 1750. In questa nuova veste, l'archivio fu trasferito nel 1761 dal santuario montano alla sala recentemente allestita e decorata nel nuovo palazzo abbaziale a valle. Questa già ospitava le carte della Curia diocesana, ed altro materiale, provenienti dal vecchio Loreto, e della sua risistemazione ci informa la lapide tuttora presente nella sala, che illustra i meriti dell'abate Letizia, e data al 1750. L'archivio di Loreto era intanto assurto alla funzione di archivio generale della Congregazione, in ottemperanza al Maxima Vigilantia di Benedetto XIII, con l'obbligo per le case dipendenti di versarvi copia degli atti patrimoniali conservati nei loro archivi particolari e un conseguente incremento delle carte.

I pagamenti ad artisti e artigiani sono noti soprattutto dalla busta 171, contenente il libro maggiore delle spese per Loreto dal 1733 al 1764.

A quell'epoca venne dunque eseguita la decorazione del soffitto della saletta, bipartita da un arco, e occupata sui lati dagli armadi di legno costruiti da fra Mariano da Castellammare, che ospitano attualmente l'archivio diocesano; è qui necessario precisare che questa sala rimane nella parte del palazzo abbaziale di Loreto di pertinenza esclusiva dei monaci di Montevergine, dunque non è normalmente visitabile, anche se i documenti che in essa sono custoditi sono sempre consultabili.

Una finta volta a incannucciata è occupata da un fregio architettonico a trompe l'œil, che prosegue l'intaglio della cornice a stucco e degli armadi, finemente intagliati e arricchiti di dorature ad opera di Giovanni Sisto, a cui è dovuto anche lo stemma dipinto dell'abbate Letizia, sul fondo della sala. Il fregio, nella metà più interna dell'ambiente rispetto all'ingresso, è popolato da quattro gruppi di figure allegoriche, putti e animali, sui lati, di cui uno molto rovinato e ritoccato, e da quattro “ignudi” a monocromo, ciascuno con una pala in mano, negli angoli, pure in cattivo stato e recanti tamponi di velina verso la finestra. La parte centrale del soffitto è invece occupata da una tela rettangolare, inquadrata nella finta architettura dello stucco, di cui riprende il motivo, ma priva di figurazione e appannata da vistose gore di umidità. Il fregio si ripete lungo i lati dell'ambiente adiacente l'ingresso, con variazioni dei motivi decorativi e dello stato di conservazione, qui decisamente migliore, mentre al centro in una cornice ovale è il Trionfo della Fede, descritto da P. Placido Tropeano: “con la visione apocalittica dell'Agnello che prende il libro e ne rompe i sigilli, quasi a voler significare l'archivista sollecito e prudente, capace di cercare nelle scritture la storia segreta della Congregazione”. I lavori di pittura dell'archivio, come quelli di altri ambienti e spazi del palazzo, tra cui, in particolare, la volta dell'androne dell'ingresso principale e i locali adiacenti della farmacia e dell'infermeria, sono pagati ad Antonio Vecchione e discepoli, nel 1750-51.

Tuttavia una certa differenza qualitativa e di condotta tra i due vani dell'archivio mi ha portato ad ipotizzare che, a meno di un'esecuzione completamente affidata ad un allievo meno dotato, ci si trovi, nell'atrio, Archivio_270_rdi fronte ad un intervento posteriore, affidato ad un artista che sembra collocarsi nella prima metà del secolo XIX. QueArchivio_270_vsti, desideroso di rimanere nel solco del lavoro, lasciato probabilmente interrotto dal Vecchione alla sala interna, e forse solo abbozzato nel partito architettonico dell'atrio, si acconcia ad imitarne lo stile, pur con differenze sensibili nelle scelte cromatiche e nei motivi decorativi, ed una resa faticosa e pesante delle architetture. Su questo soffitto sono visibili i segni di stuccature eseguite molto disinvoltamente per occultare le lesioni strutturali, sicuramente apertesi in seguito ad uno degli eventi sismici degli ultimi due secoli, come pure molto debole è la mano che ha ritoccato la testa e il braccio della figura femminile sopra l'arco dell'ambiente interno e i putti che le si accompagnano.

La tela grigia, che invece occupa il riquadro centrale di detto ambiente, deve essere una soluzione, pure assai tarda a giudicare dalla qualità moderna del materiale impiegato e dal motivo a palmette verdi stilizzate che ne percorre i bordi (sovrapponibile a quello delle pareti laterali dell'androne di ingresso del palazzo abbaziale), adottata per ovviare alla perdita irreparabile della superficie pittorica originaria, di certo figurata, di cui finora non era dato aver contezza.

Nella perlustrazione sistematica del fondo cartaceo dell'Archivio Storico chi scrive ha infatti rinvenuto un foglio sciolto, non regestato nell'inventario a stampa curato dal P. Mongelli nel 1974, recante l'indicazione sec. XIX e la segnatura moderna Busta 270, a penna, probabilmente risalente allo stesso Mongelli, sovrascritta ad una a matita, col numero 259, che farebbe riferimento ad una precedente provvisoria collocazione in una delle buste che conservano gli inventari antichi e la traccia dei lavori degli antichi archivari di Montevergine. Dall'esame delle grafie di alcuni di essi si può ascrivere il foglio alla mano di Tommaso di Fraja (1756-1838), padre verginiano intraprendente e longevo, che si candidò con successo per la carica di Vice Archivario, quando nel 1820 questa fu assegnata a tenore del titolo V della legge organica degli archivi del 23 novembre 1818.

Il foglio contiene una descrizione accurata delle figure nell'archivio, che corrisponde con precisione, pur senza scioglierne il significato, alle allegorie della saletta interna, che sono verosimilmente allusioni un po' imprecise ai quattro continenti allora noti. In più riserva la sorpresa del riquadro centrale, che così appariva agli occhi del P. di Fraja:

In mezzo

Una Amazone Guerriera con Cimiere in testa, una spada sostenuta dal/la sua mano destra, ed una bilancia dalla sinistra mano: detta figura / è seduta supra un gruppo di nuvole. A piedi di detta figura, due putti / uno con un crivello in mano ed uno con una tromba in mano, e sono / situati alla dritta. Altro putto situato alla sinistra con un in / mano un fascio di verge dalla sommità di cui esce una lancia / ed in mezzo all'asta di detta lancia sporge in fuori una lama di Accetta.

 

Purtroppo la descrizione non giunge ad abbracciare la decorazione dell'atrio, il foglio si interrompe a metà della seconda facciata. Ma quella esisteva già all'epoca in cui il di Fraja scrive?

Benché la nostra ipotesi non sia suffragata allo stato attuale dal ritrovamento di una attestazione di pagamento ad un artista successivo a Vecchione, è lo stesso Mongelli ad indicarci alcune date importanti. La prima è il 1826, anno della visita di Francesco I di Borbone con la sua famiglia, accolto dall'abbate Raimondo Morales, come ricorda l'iscrizione nell'androne di ingresso, in cui il prezioso archivio è menzionato come oggetto dell'interesse e dell'ammirazione del sovrano. A quella data Mongelli ritiene che il palazzo fosse pronto per non sfigurare davanti alla regale comitiva, in forza dei lavori di ripristino e abbellimento seguiti alle ristrettezze e all'abbandono del decennio francese, oltre ai danni sofferti col terremoto del luglio 1805. In un documento del 1826 in busta 167 si annota, tra le altre, la spesa di colori comprati dal pittore Cutino e pagati dallo speziale di Loreto. L'intervento sul soffitto dell'atrio dell'archivio potrebbe risalire a questo arco temporale.

Le altre date sono il 1854, ricavata dalla busta 172, e il 1938, che Mongelli segnala per i successivi restauri alla volta dell'androne, ma che sarebbero a nostro avviso ben compatibili con l'asportazione del riquadro centrale dalla saletta interna dell'archivio la prima, e il ritocco operato “da mano inesperta” all'allegoria dell'Asia, la seconda. L'epoca dell'abate Ramiro Marcone (1918-52), infatti, vide il ritorno delle carte da Napoli e il restauro totale delle scaffalature e della struttura stessa delle salette, come ricordato dalla lapide commemorativa del sottarco.

Nei decenni centrali del XIX secolo il P. Guglielmo De Cesare lavorò alacremente e con grande competenza come Archivario, cosa che è ampiamente nota dalle carte e narrata approfonditamente nelle pubblicazione del Mongelli. L'archivio di Montevergine, come quelli della Badia di Cava e di Montecassino, aveva ottenuto nel 1807, al tempo delle soppressioni del regime francese, e poi visto riconfermato con la legge organica degli archivi del Regno borbonico del 1818, uno status giuridico indipendente dal destino della congregazione monastica, vedendosi assegnato il titolo di sezione staccata del Grande Archivio di Napoli, e il privilegio di rimanere nella sua sede originaria, sotto la custodia di padri benedettini ad esso assegnati. Tale condizione, se da un lato lo sottoponeva alla vigilanza del Soprintendente, e obbligava i padri archivari alla soddisfazione dei compiti da esso richiesti, non sempre agevole e rapida, dall'altro garantiva una parziale copertura finanziaria per la gestione, la manutenzione e lo stipendio di un amanuense per le copie.

La documentazione per i decenni in questione prodotta dal cellerario maggiore, dai depositari ed dal priore di Loreto, relativa all'acquisto di grandi quantità di legname e le note di spesa relative ai lavori di manutenzione e riparazione di vari ambienti del palazzo abbaziale tra cui la cappella (busta 172, anni 1836 e dal 1851 al 1859) fanno intendere che le fabbriche richiedevano, a distanza di circa un secolo, di essere ammodernate, e così anche l'archivio.

Il P. Guglielmo De Cesare, per lungo tempo Archivario dell'abbazia, intrattenendo ottimi rapporti con il Soprintendente generale degli Archivi del Regno, il principe Angelo Granito di Belmonte, aveva avviato e parzialmente realizzato il lavoro di creazione di indici e tavole sinottiche di più agevole consultazione rispetto a quelli del Cangiano, rispondenti all'accresciuto numero di consultazioni da parte degli studiosi, animati da un rinnovato interesse per la storia del Medioevo, e di conseguenza per gli archivi monastici e le loro preziose pergamene.

Divenuto poi abate generale nel 1859, il De Cesare aveva iniziato a progettare una sistemazione dell'archivio in altri, più ampi ambienti, ottenuti spostando delle attività come la cucina del palazzo in altro luogo, come risulta da un documento nella busta 259. Evidentemente ai suoi occhi le dimensioni della saletta settecentesca dovevano essere non più sufficienti alla conservazione dei documenti, benché il Granito avesse rilevato nella visita del luglio 1851 a Loreto il rinnovamento delle scaffalature, il riordino e la nuova legatura fornita ai volumi antichi, con netto progresso rispetto alla situazione di dieci anni prima. Nondimeno il Granito fa menzione, nella relazione del 1851 al Ministro dell'Interno, di fondi cartacei e platee, a suo dire assai importanti, accatastate in un'altra stanza del palazzo e da ordinare e inventariare, cosa di cui si era raccomandato al De Cesare. Questi dunque dové trovare nell'elezione a generale l'occasione per richiedere a Granito l'anticipo di una somma di denaro a valere sull'erogazione annua stanziata per l'amanuense, con cui avviare i lavori più ambiziosi, e con il proposito di portare a termine la redazione dei nuovi strumenti di corredo che il Soprintendente richiedeva. Tale somma di 516 ducati e 40 grana gli fu concessa nel 1860, ma, data la tormentata vicenda dell'archivio e della congregazione dopo l'instaurazione del governo di Garibaldi ed il passaggio del Regno ai Savoia, che culminò nel trasferimento forzato a Napoli dell'archivio di Montevergine nel giugno 1862, non è dato sapere quanto delle idee del De Cesare fosse stato messo in opera. Dalle carte postunitarie non si evince comunque se un altro archivio fu mai approntato, ma del fermento dei lavori a Loreto è indicativa la presenza nella busta 172 di numerosi fogli sciolti contenenti note di spese per colori e altro materiale per pittura, datati agli anni tra il 1849 e il 1859.

Ringrazio i restauratori Dott. Martino Del Mastro e Dott.ssa Antonietta Petruzziello per le preziose notizie tecniche emerse dal dialogo tenuto in loco nella sala dell'archivio.

 

Bibliografia:
G. Mongelli, L'archivio dell'Abbazia di Montevergine, Roma 1962
Idem, Loreto di Montevergine. Ricerche storiche, da documenti inediti. Estratto da «Economia irpina», Avellino 1966-67
Idem, Loreto di Montevergine, Edizioni del Santuario 1969
Idem, L'archivio storico dell'Abbazia benedettina di Montevergine. Inventario, Volume I: l'archivio dell'Abbazia, Roma 1974
V. Pacelli, Loreto in Insediamenti verginiani in Irpinia, Cava de' Tirreni 1988, pp. 154-168
P.M. Tropeano, Palazzo abbaziale di Loreto. Guida storico-artistica, Montevergine 2008

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Erudior satis: l'allegoria della scienza in una particolare edizione del Settecento

(di Anna Battaglia)

Nelle biblioteche italiane i fondi librari relativi ai secoli 17.–19. sono cospicui e spesso, nel lavoro di catalogazione, ci si imbatte in edizioni poco conosciute, non presenti in rete. Gli esemplari di tale periodo non sonoTesta_front semplici da descrivere e talvolta è problematico discernere gli aspetti da segnalare necessariamente nella loro catalogazione. Le attuali conoscenze sull’argomento non chiariscono sufficientemente i dubbi  al bibliotecario che, ovviamente, si sforza nel produrre una catalogazione corretta, soprattutto nel caso in cui lo fa per primo e tante altre biblioteche si legheranno poi a quella notizia. Ciò è sicuramente da attribuirsi all’esiguità dei repertori, sia cartacei che on line sull’argomento. Paradossalmente il periodo degli albori della stampa, degli incunaboli e delle cinquecentine, è meglio conosciuto per ovvie ragioni da ascriversi innanzitutto al ristretto numero di edizioni, poi alla presenza di censimenti in campo nazionale ed internazionale ed alle ricerche particolari dedicate. Per i secoli successivi  c’è la possibilità di documentarsi in maniera parziale ed al bibliotecario capita, ad esempio, di interrogarsi su una vignetta che appare sul frontespizio di una particolare edizione, talvolta accompagnata da una scritta. In tal caso occorre comprendere se si tratta di una marca tipografica  o di un particolare disegno che ha voluto apporre il tipografo per impreziosire il libro o per esaltarne il contenuto e di segnalarla adeguatamente nell’area delle note.  Per i non addetti ai lavori la cosa è di scarsa importanza, ma è da considerare che il libro antico esige una descrizione molto particolareggiata e precisa anche perché edizioni simili potrebbero avere varianti che è d’obbligo mettere in rilievo.

Presso la Biblioteca Statale di Montevergine, è presente una singolare edizione che fa parte del fondo Galdi, donato all’Istituto nel secolo scorso dalla famiglia omonima. I fratelli Galdi studiarono tutti all’Università di Napoli ed uno di essi, Francesco, si laureò in medicina. I libri donati riflettono la loro attività professionale ed hanno sicuramente un considerevole valore scientifico. Nel lavoro di catalogazione della parte del fondo che apparteneva al medico, spiccano tantissime edizioni antiche che mettono in risalto come fosse fiorente l’editoria nel campo scientifico nei secoli 17.-18. nella  Napoli dell’epoca.

Tra esse un’opera del 1785, stampata dal tipografo Vincenzo Manfredi che ha come titolo Chimico preliminare. Ne fu autore Tommaso Testa, medico all’ospedale di  Marcianise nel 1797; in tale cittadina l’istituzione ospedaliera ebbe origini molto antiche risalenti al secolo 14. quando fu realizzato un ospedale annesso alla Casa Santa dell’Ave Gratia Plena. L’esemplare, presente ai cataloghi on linea, mentre scriviamo risulta localizzato solo presso la Biblioteca Statale di Montevergine. Consta di 105 pagine, a cui se ne aggiungono sette non numerate e presenta oltre alla vignetta xilografica sul frontespizio, anche  iniziali xilografiche che introducono le tre parti di cui si compone l’opera.

All’inizio è presente la dedica “Al signor D. Giovanni Vivenzio”. Costui, medico di camera della regina e futuro protomedico ottenne da Ferdinando IV l’autorizzazione a trasferire gli insegnamenti di medicina agli Incurabili, facendo sua l’idea di Domenico Cotugno, uno dei più celebri medici e scienziati dell’epoca, sulla necessità di abbinare l’insegnamento teorico dei medici al pratico.

La vignetta apposta sull’edizione del secolo 18. di Tommaso Testa  rappresenta, probabilmente, l’allegoria della scienza o della sapienza  con in basso una scritta: erudior satis (sono istruito abbastanza). Vi  si può distinguere facilmente una donna che ha nella mano destra uno specchio e nella sinistra un globo con su un triangolo; ai lati un compasso, una squadra ed all’altro lato un libro ed una cetra. L’immagine ha incuriosito non poco,  anche per la necessità di definirla e trattarla in maniera adeguata ai fini della descrizione catalografica. Ci si imbatte spesso in edizioni che necessiterebbero di studi accurati; il libro, particolarmente quello antico, è ricco di spunti affascinanti,  ma la priorità è rappresentata dal lavoro ordinario che è quello di mettere a disposizione degli utenti l’immenso patrimonio bibliografico ed archivistico offerto dalla Biblioteca Statale di Montevergine. Presso l’Istituto, tra le edizioni del secolo 18., ce ne saranno sicuramente altre con la vignetta sulla quale ci si è ora soffermati.

Guardando poi gli oggetti digitali dell’opac del polo NAP legati al motto erudior satis si è constatato che lo stesso disegno è legato a diverse opere stampate da vari tipografi  del Settecento: Giuseppe Raimondi ed i suoi eredi,  Domenico Terres, Vincenzo Manfredi etc. etc. Anche negli altri poli SBN, quali quello milanese, veneto, maceratese, regionale siciliano si può cogliere l’incertezza dei colleghi bibliotecari nel definire la vignetta che esplicano con le espressioni: marca tip.?, fregio sul front., vignetta xilografica? … Il fatto ci fa dedurre che molto probabilmente non si tratta di marca tipografica, ma di vignetta usata dai tipografi per impreziosire le opere dell’epoca. Considerando poi che esse sono l’espressione del pensiero nel secolo dei lumi, quale miglior simbolo se non quello dell’allegoria della scienza a dimostrare le meravigliose scoperte e innovazioni conseguite dalla mente umana.

Erudior satis