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Una finestra sulla Biblioteca

I codici di Montevergine nella storia

(di Anna Battaglia)

Non è semplice ricostruire la storia dei codici dell’abbazia di Montevergine che, attualmente in numero di 24, sono custoditi presso la Biblioteca Statale omonima. Certamente ne furono composti diversi dagli stessi verginiani per le necessità interne della casa religiosa, alcuni pervennero dai monasteri dipendenti, essendo in origine assegnati ad essi poiché necessari allo svolgimento della liturgia e dell’apostolato, altri acquistati, donati o assegnati ai religiosi in seguito alle soppressioni delle corporazioni religiose. La Legenda de vita et obitu sancti Guilielmi confessoris et heremite, il codice n. 1, quello più importante per i verginiani in quanto descrive la vita del fondatore e della nascente abbazia, ci racconta del viaggio intrapreso da san Guglielmo verso Bari per l’acquisto dei primi esemplari, soprattutto codici liturgici utili al lavoro intellettuale e spirituale, e di paramenti sacri per i suoi discepoli. Con il trascorrere del tempo si costituì lo scrittorio verginiano; la Regula Sancti Benedicti prescriveva infatti, insieme al lavoro manuale ed alla contemplazione, il lavoro erudito e culturale, la miniatura accurata e la copia diligente dei manoscritti. Non sappiamo con certezza, per l’assenza di fonti specifiche, se gli attuali codici più antichi della Biblioteca Statale siano proprio quelli acquistati da san Guglielmo o siano stati composti nello scrittorio. Stranamente non è possibile effettuare un excursus storico della loro presenza negli istituti culturali di Montevergine o almeno seguirli tutti nel corso del tempo con l’ausilio dei repertori e degli inventari storici composti con cura dai religiosi, sia per quanto riguarda il patrimonio bibliografico, sia per quello archivistico. Non c’è traccia dei codici nei primi inventari della ricca biblioteca, che, sin dal secolo XVII, censiscono i libri a stampa, non trascurando certamente quelli più antichi, come gli incunaboli o le cinquecentine.

Il padre Urbano di Martino, redigendo il primo catalogo, attua una suddivisione sistematica delle opere presenti, per autore e materia, e ci informa con esattezza anche sugli arredi della biblioteca di Montevergine. Negli inventari successivi la situazione è identica; è da considerare inoltre che potrebbero forse essere citati con una diversa nomenclatura, che non mette in evidenza la loro specifica tipologia e quindi non sono facilmente identificabili. Abbiamo inoltre supposto che, in quanto manoscritti, fossero custoditi nell’archivio storico; di qui l’indagine svolta attraverso gli strumenti a disposizione. Il primo, in ordine cronologico, a fornirci informazioni in tal senso è il cosiddetto Vecchio Inventario della fine del secolo XV, un indice alfabetico-topografico dei documenti dell’archivio di Montevergine, con l’indicazione dell’anno dello strumento. Seguono poi i lavori dei grandi archivisti verginiani del secolo XVIII, p. d. Gaetano Giannuzzi e p. d. Carlo Maria Cangiani, dell’inizio e di metà secolo, che hanno regestato il materiale pergamenaceo e cartaceo, custodito nell’istituto, secondo il criterio tradizionale del Vecchio Inventario, aggiungendo ad esso anche l’ordinamento cronologico. Con grande sorpresa, nell’Indice alfabetico delle cose e materie diverse dell’archivio di MontevergCod_21_Necrologium Verginianumine del p. Cangiano del 1751 si riscontrano infine i codici che facevano parte del cosiddetto Libro del Capitolo, che una volta era un tutt’uno e poi, nel secolo scorso, separati in quattro unità distinte cioè il Martirologium secundum usum cenobii Montisvirginis, la Regula Sancti Benedicti, il Rituale et Rubriche ed il Necrologium Verginianum. Nonostante questo piccolo riscontro, ci sembra quindi molto opportuna l’espressione usata dal padre Placido Mario Tropeano, nel suo volume specifico relativo alla Biblioteca di Montevergine: «Non sappiamo quali terre e quali mari abbiano percorso i codici verginiani, tuttavia quelli rimasi in sede sono molto pochi … la quasi totale dispersione non va solo attribuita all’inclemenza del clima montano …, ma anche all’interna organizzazione e sviluppo iniziale della congregazione virginiana ed alle tristi vicende che la stessa ha dovuto sopportare nei secoli posteriori».

Il fatto che i codici non facessero parte del patrimonio culturale censito nel corso del tempo, forse è spiegabile se si tiene conto che gli stessi erano legati alla pratica quotidiana; c’era dunque la necessità di un rapido e veloce riscontro e quindi non venivano considerati parte di un patrimonio da riporre in appositi locali, come nel caso dei rimanenti manoscritti, delle pergamene e dei libri. Ci accingiamo comunque a fare delle ipotesi circa la loro storia tenendo presente che sicuramente solo un piccolo nucleo proviene dallo scrittorio verginiano, di cui alcuni acquisiti dallo stesso fondatore.

Nella pergamena 237, che riguarda un privilegio del re Ruggiero II per Montevergine del 1137, compare una nota manoscritta a tal riguardo molto significativa. Essa, recita l’autore, il notaio Fabrizio Marena, presenta il margine inferiore ritagliato poiché quello manca di carta bianca in questo privilegio l’ho preso io … per mia devozione per essere stato questo nelle mani di S. Guglielmo benedetto. Diverse dunque erano le scritture al tempo del fondatore, come attesta d’altronde la Legenda. Essa è tra i codici di Montevergine, quello più antico, fonte principale sulla vita di san Guglielmo o sulle origini della congregazione verginiana, in duplice esemplare, di cui uno in scrittura beneventana e l’altro in caratteri gotici. Non entriamo qui in merito alle due parti, ma gli avvenimenti narrati rispecchiano il ricordo e la testimonianza dei primi religiosi verginiani.

Ci sono poi i codici liturgici e patristici dei primi secoli o più tardivi, strumenti indispensabili per i riti e le funzioni nonché per le necessarie letture dei religiosi; pensiamo dunque al Rituale et Missale Romano, al S. Basilius, autore della prima regola monastica, unito a Evagrius Monachus e S. Caesarius, allo Psalterium Davidis, al Breviarium Ordinis Sancti Benedicti.

Un’attenzione particolare meritano poi i quattro codici suddivisi per una più adeguata conservazione; essi sono particolarmente legati a Montevergine poiché hanno a che fare con la tradizione verginiana e presentano anche annotazioni postume di verginiani nel corso del tempo. Per gli altri codici ci vengono sicuramente in aiuto le note di possesso che sono tutte manoscritte, posizionate per lo più all’interno degli esemplari o sulle ultime carte, qualcuna sul foglio di guardia e si riferiscono per la maggior parte a religiosi verginiani che hanno fatto parte delle famiglie monastiche delle case dipendenti che a volte vengono da sole menzionate: Iste liber est sancti laurenti de padula …  oppure con l’indicazione del possessore specifico Iste liber est fratris Americi Pacifici de Sancto Severino ordinis sancte Marie MontisVirginis, De Padre D. Desiderio Vitelli monaco di Montevergine 1625.

Nel primo caso è da tener presente che i verginani officiavano sin dal 1212 la chiesa di San Lorenzo di Padula; successivamente vendettero i terreni dell’abbazia per costruire la famosa certosa. Anche la chiesa fu ceduta ai cistercensi e questi, probabilmente per riconoscenza, regalarono il codice Jacobus de Capellis… ai verginiani.

Cod_4_SacramentariumNel Sacramentarium spicca la nota di fra’ Amerigo Pacifico da San Severino dove esisteva la dipendenza di Santa Maria delle Grazie. Lo stesso viene nominato in diverse pergamene per contratti di affitto anche come Americo Pacifica da Lancusi. Nell’ultimo caso il padre don Desiderio Vitelli, originario di Benevento, dopo esser stato assegnato a Montevergine, a Penta, Sant’Angelo a Scala ed in tanti altri monasteri si ritirò infine a Montevergine alla fine del 1600, portando con sé il codice, il Liber Horarum.

Siamo a conoscenza del fatto che la distribuzione dei religiosi nei monasteri verginiani variava e che, a seconda delle varie incombenze, spesso i monaci venivano spostati presso altri monasteri o ritornavano presso la casa madre di Montevergine. Questo non ci permette di comprendere con esattezza quando i codici in loro possesso siano giunti a Montevergine.

Un altro piccolo gruppo di esemplari è pervenuto con le soppressioni delle corporazioni religiose del 1807 quando furono assegnati all’abbazia i beni dei monasteri soppressi nella provincia di Principato Ultra. Si tratta di due esemplari del Breviarium Ordinis Coelestinorum di cui il primo del secolo XIII e l’altro del XV, lo Psalterium del secolo XIV che contiene un salterio ad uso dei minori conventuali di Avellino. Presso l’abbazia confluirono gli archivi dei Domenicani, Agostiniani, Celestini, Carmelitani e Francescani della nostra provincia ed ivi la documentazione ha trovato degna sistemazione suddivisa cronologicamente, per ordine religioso. Sono infine presenti tra i codici di Montevergine, provenienti per donazione o acquisto, le Orationes di Cicerone del secolo XV, il manoscritto latino Sancta Maria de Paolo, il Breviarium Ordinis Cistercensium.

Non trascuriamo inoltre di citare alcuni codici, per cosi dire atipici per uno scrittorio monastico, pervenuti allo stesso modo; ci riferiamo al Manoscritto Amarico, al Trattato sugli Uccelli spagnolo del secolo XV.

Consideriamo però che gli interessi culturali dei religiosi erano davvero tra i più svariati ed essi erano disposti ad accogliere esemplari di qualsiasi tipo che ampliassero le loro conoscenze. Certamente la raccolta dei codici tuttora presenti presso la Biblioteca Statale di Montevergine è davvero esigua rispetto al numero iniziale. Le varie fonti archivistiche e dei cronisti verginiani ci informano sulle varie vicissitudini intercorse che hanno ridotto notevolmente il numero degli esemplari.

La pergamena 4027 ci racconta del doloroso incendio del 1408, che bruciò tutte le case dell’Ospedale di Montevergine insieme a molti codici appartenenti al monastero, tanto che l’abbazia fu costretta a procurarsi delle entrate con il censo su alcune terre arbustate; la dispersione di altri codici fu dovuta anche alle tristi vicende che ha dovuto sopportare la congregazione verginiana come lo scisma, la commenda. Nel 1515 l’abbazia di Montevergine passò alle dipendenze dell’Ospedale dell’Annunziata ed all’epoca furono trasportati a Napoli molti documenti e codici che, successivamente, come afferma il D’Addosio nella sua opera Sommario delle pergamene conservate nell’Archivio della Real Casa dell’Annunziata, a causa del loro pessimo stato di conservazione, furono seppelliti nel cortile dell’istituto nel 1843. A depauperare il fondo dei codici contribuirono sicuramente le leggi di soppressione, già con le prime, quando la documentazione archivistica e parte di quella bibliografica furono trasportate indebitamente presso l’Archivio di Stato di Napoli, pur essendo la sezione archivistica già parte dello stesso.

Nel decennio 1860-1869 furono dispersi diversi codici ed in particolare i sei volumi del Breviarium antiqua Montis Virginis ed il volume dell’Officium beatae Mariae Virginis ritu antiquo, che sappiamo dalla busta 260 essere in litera langobardorum. Due codici sono attualmente reperibili presso altri istituti: si tratta dell’Evangeliarium in scrittura beneventana e del Missale ad usum monachorum Montis Virginis, in caratteri gotici. Il primo del secolo XIII è custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana ed è possibile consultarne la copia digitale sul sito della BAV, qui. Sicuramente è stato prodotto nello scrittorio verginiano come dimostra l’inserimento della festa di san Guglielmo il 25 giugno: il culto di san Guglielmo, infatti, fino al secolo XVI rimase ristretto nell’ambito della Congregazione Verginiana, solo successivamente fu esteso alla chiesa universale. Per questo motivo il prof. Lowe, attribuendolo allo scrittorio verginiano, lo ha datato al secolo XIII.  

Il secondo si trova nella Biblioteca Casanatense poiché il cardinale Girolamo Casanate nel secolo XVIII fu nominato protettore della congregazione verginiana; i monaci, per accattivarsene la benevolenza, gliene fecero dono. Il religioso fu un grande raccoglitore di libri che riunì nella sua ricca biblioteca costituita da 250.000 volumi. Precedentemente, recita una nota manoscritta, fu acquistato da Andrea da Candida, priore dell’ordine dei Gerosolimitani di Barletta, il quale dispose che alla sua morte fosse restituito all’abbazia. Questo si verificò nel 1459. L’amanuense che l’ha apposta infine scrive di pregare per lui e svela il proprio nome: fratrer Bartholomeus vicanus scriptor libri huius et istius memorie. Si tratta, come riferisce Placido Mario Tropeano, del monaco Bartolomeo da Vico, monaco del monastero di Capua passato poi a Montevergine dove fu sacrista nel 1463 ed ivi morì. Il Missale ad usum monachorum Montis Virginis si riscontra tuttora nel fondo dei manoscritti della Biblioteca Casanatense ed è possibile guardarne la descrizione in Manus on line.

I ricordi ... "In sul Partenio" di Giuseppe Olivieri

(di Sabrina Tirri)

La sala O della Biblioteca statale di Montevergine è ubicata al secondo piano, tra l’archivio e la sala Q. Questa sala conserva materiale bibliografico di argomento inerente alla storia religiosa, sociale, politica ed economica della Campania in senso lato e a quella più circoscritta dell'Irpinia. Dai circa 9000 volumi che ivi si custodiscono, di cui 6370 sono recuperabili mediante il catalogo elettronico, si estrapolano notizie e informazioni utilissime a secondo del tipo di ricerca o studio che si sta conducendo. A volte anche degli scritti semplicissimi, opuscoli di pochissime pagine, riflessioni e viaggi personali offrono dei particolari e degli spunti importantissimi su un determinato tipo di storia. Rientra in questa casistica l'opuscolo dal titolo In sul Partenio, scritto dal professore Giuseppe Olivieri ed edito a Salerno dall’Officina tipografica salernitana. Dall'Archivio della provincia di Salerno, nel fascicolo 3 del 1933, si apprende essere originario di Montecorvino Pugliano, essere stato insegnante presso la scuola tecnica di Salerno ed essere stato prigioniero per 37 giorni di alcuni briganti, vicenda riportata nei Ricordi briganteschi: una storia che pare romanzo del 1872, testo che pure si trova nella Biblioteca di Montevergine, a disposizione degli utenti. Ma ritorniamo all'opuscoletto di nostro interesse. In sul Partenio viene dato alle stampe nel 1909, e facendo due semplicissimi conti, scopriamo festeggiare proprio quest'anno i suoi 110 anni, portati, direi, non proprio maluccio. Il libretto - consultabile ora anche nella sezione Le collezioni digitali del sito - offre una piacevole e poetica narrazione di due viaggi realizzati dall'autore al Santuario di Montevergine, che chiama a sé devoti e pellegrini in qualsiasi stagione dell'anno, ma in maniera più sostanziale nei mesi che vanno da aprile a ottobre. La ricerca del divino e della pace, che può essere placata solo da un luogo di culto lontano dalle città e dai ritmi frenetici, diventa la ragione per cui si tende a ripetere questi itinerari più volte nell'arco della propria vita. Anche il prof. Olivieri è stato in più di un'occasione al monastero verginiano perché spinto da un vivo e intimo bisogno e dal desiderio di respirare nuove energie. I due viaggi ivi rievocati sono stati compiuti insieme all'amico sacerdote Giovanni Rega nel periodo autunnale, ma in anni differenti: il primo il 9 ottobre 1905 e il secondo il 21 settembre 1909. Nonostante la durata dei due soggiorni sia stata diversa, il primo di 2 e il secondo di 5 giorni, il senso di quiete e di  libertà che assapora è lo stesso. Il racconto dell'ascesa in sella ad un cavallo mostra come la mulattiera fosse l'unica via di accesso al monte, fiancheggiata da "selve di castagni e di faggi secolari", alberi che da sempre popolano la montagna verginiana, e che ultimamente vengono minacciati nel periodo estivo da folli piromani. La tranquillità del trotto viene però ad un certo punto resa instabile e piuttosto faticosa dalle avversità del clima tanto da provocare in lui turbamento e scompiglio, sentimenti resi talmente bene da sembrare al lettore di essere in sua compagnia. Una scena quasi apocalittica e sconvolgente ai sui occhi: "quasi nel mezzo del cammino, cominciò cupamente a rombare il bosco, rinfittì la pioggia, infuriò il vento, rabbuiossi più scura l'aria, e quelle forre stridevan sì da metter sgomento... I castagni svettavano, i faggi scricchiolavano, e fra' rami paurosamente sibilava, fremeva, infuriava il vento, sbatacchiandoci in pieno viso la pioggia...", la quale più in vetta si tramuta in neve. Seguendo le prescrizioni benedettine di benevolenza e di amore nei confronti del pellegrino, gli viene concessa un'affettuosa ospitalità da tutta la comunità dei monaci e in particolar da p. Ildefonso Zimarino, del quale apprezza principalmente il fervido amore e lo zelo apostolico impiegati per educare i giovani probandi. Impellente è il suo portarsi in chiesa per rendere omaggio alla Vergine di san Luca, tesi ormai supertata da recenti studi che l'attribuiscono al pittore trecentesco Montano d'Arezzo. "Il mirabil dipinto", splendente di maestà, di grazia, di benevolenza, di pace e di perdono, ubicato nella cappella imperiale, dove oggi continua ad essere venerata dopo anni trascorsi sull'altare della chiesa madre, gli procura sempre sensazioni nuove: "sempre bellezze nove scorgo e miro". È rapito dalla grande e misteriosa potenza che l'immagine possiede, potenza misteriosa riconosciutale anche da grandi artisti come il valente maestro il cav. Vincenzo Volpe, succeduto a Domenico Morelli nella Direzione del Reale Istituto di Belle Arti in Napoli, dal 1918 al 1926, e chiamato dall'abate Vittore Corvaia per restaurare, rinnovare, creare, abbellire i locali del monastero. Suggestiva la rappresentazione da lui eseguita sull'apparizione del Salvatore a san Guglielmo collocata alla sinistra del quadro della Vergine. Ma tante sono le opere del pittore grottese che si possono ammirare al Santuario e al Palazzo di Loreto, nelle cui stanze, si legge ad un certo punto, ha sostato il patriota meridionalista Francesco Crispi con la moglie Lina. Un'atmosfera sublime si respira nelle chiesa che si fa ancor più trascendentale con le note del canto gregoriano emesse dall'organo realizzato dalla ditta Fedeli di Foligno, inaugurato nel 1896, e recentemente restaurato. L'organo, maneggiato con cura dall’abile padre benedettino Mauro Capozzi, solleva l'Olivieri dalle angustie e dalle miserie della vita. Il suono liturgico si mescola alle  litanie dei pellegrini, che giunti nel chiostro del santuario, salgono in ginocchio la scalinata, tradizione ancora molto sentita per chiedere delle grazie. Le sue profonde seppur brevi riflessioni spaziano dalla tradizione votiva alle consuetudini della comunità verginiana, come quella riguardante il silenzioso raccoglimento che precede il pranzo dei monaci, assorti nell'ascolto della lettura di un capitolo della Regola o della vita di un santo. Grandi elogi vengono poi espressi ai due abati che si sono succeduti, Vittore Corvaia e Gregorio Maria Grasso, per i lavori realizzati, e ai benedettini tutti per la cura mostrata nelle loro mansioni; in particolare apprezza l'ordine simmetrico e preciso da loro ricercato nella distribuzione delle piantine nel nascente giardino alpino, denominato Tenorea, in onore dell’illustre Michele Tenore, e considerato sezione dell'Orto Botanico di Napoli; progetto purtroppo abbandonato negli anni per carenza di manodopera. Colpiscono l'animo del narratore non solo le bellezze artistiche del Santuario ma anche quelle naturali della montagna, come anche la schiera di paesi visibile all’orizzonte in cui sprofonda la sua immaginazione. E concludiamo proprio trascrivendo alcune sue righe che nella parte finale ricordano l'ultimo verso de L'infinito di Leopardi: “L’occhio si fissava in fondo in fondo, il pensiero annegavasi in quell’immensità, e il naufragar era dolce in tanto mare”.