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Una finestra sulla Biblioteca > Ottobre 2013

Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo della relazione tenuta da Lia Sellitto martedì 15 ottobre presso la Biblioteca di Montevergine in occasione della presentazione del volume di Adelia Battista su Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere

(di Lia Sellitto)

Ogni volta che rileggo Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere, il libro di Adelia Battista, l’ultima sua fatica letteraria (Lozzi Editore, Roma 2013) mi pare di immergermi in un mare che non è mai lo stesso.

È un’emozione continua ripercorrere quelle pagine, perché è nuovo e familiare al tempo stesso quel mare; la navigazione è apparentemente nota, eppure imprevedibile, onde sempre nuove arrivano. Somigliano alle onde di quel mare Mediterraneo che una giovanissima Anna Maria Ortese solca, ritornando a Napoli dalla Libia, quando scopre- a soli 13 anni- nell’onda che non è mai più quella di prima, nel variare continuo delle cose, fino a scomparire, la provvisorietà della vita, e la necessità di fermarla.

Il libro si apre con una frase forte che arriva come un colpo al cuore del lettore: «Voi scrittori dovrebbero ammazzarvi tutti! Prima gli scrittori e poi i libri!».

È il maggio del '75, nella piazza del quartiere romano di Montemario risuonano le parole senz’appello del giovane libraio; la piazza è deserta in quel giorno di tiepido maggio, solo una donna dal profilo pallido e grave l’attraversa tra i mobili raggi del sole: è Anna Maria Ortese. Il giovane libraio con cui Anna Maria si era talvolta fermata a parlare dei suoi libri, si riferisce proprio a lei, Anna Maria l’aveva capito, al suo romanzo, Il porto di Toledo.  L’editore l’aveva ritirato, e il volume appena uscito non lo si vedeva più nelle vetrine né sui banchi delle librerie. Lei aveva impiegato 5 anni per scriverlo, aveva usato una lingua inedita, allusiva, ricca di mistero, l’editore esigeva dei cambiamenti e lei si era rifiutata. Lo scrittore che corre dietro alla sua ispirazione rischia di perdere la sua opera e anche se stesso. Da questa forte emozione, quella di un fallimento prende l’avvio il romanzo.

Siamo a Roma, poi a Milano. Le due sorelle Ortese, Anna, scrittrice e Maria pittrice, parlano tra loro e scoprono che entrambe non se la sentono di rimanere nella città lombarda dove sta crescendo la protesta studentesca e soffia un vento di rivolta. Decidono di partire ancora una volta per Roma. Partirà Anna per prima, Maria la seguirà quando la casa che Graziana Pentich, la Moglie di Alfonso Gatto, le avrà trovato, sarà pronta. Raccontando la vita quotidiana di Anna e sua sorella Maria nei continui spostamenti, nel loro continuo peregrinare tra Roma e Milano fino al definitivo “esilio” a Rapallo nel tentativo di mettersi al riparo dai colpi della vita, Adelia fa un cosa nuova e importante, rende Maria, un’invisibile, un’umile impiegata postale, una piccina della terra, come Anna Maria soleva chiamare gli ultimi, eterna. Ne fa un personaggio letterario, come lo fa di Anna Maria. Non è più biografia, è arte, letteratura, come dice Paolo Di Paolo sulle pagine dell’Unità. Al centro del testo infatti c’è l’io narrante della scrittrice Adelia Battista, che fa una ricostruzione personale, interiore di quel periodo della vita di Anna Maria Ortese. Quando «rappresenta Ortese che scrive, sogna, ricorda o pensa immersa nella natura del boschetto che circonda la casa di Roma o quando racconta le emozioni che infine le sorelle Ortese riescono a comunicarsi, è realtà? Non è la realtà, ma ombre… sogni…ricordi…altra realtà. Quindi espressività, quindi scrittura», dice così bene Lia Tropeano. Adelia ha avuto la ventura di conoscere Anna Maria Ortese, di frequentarla e di studiarne l’opera, di riceverne confidenze e lodi attraverso la sua lunga corrispondenza con lei. Una delle poche persone - dice la giovane poetessa Michela Monferrini, che hanno oltrepassato il muro della sua riservatezza..

È un libro bello il suo, La ragazza che voleva scrivere, ma come dice la stessa Ortese «non basta scrivere dei bei libri, occorre che siano autentici, e lo sono quelli, (ce lo dice in Corpo celeste autobiografia intellettuale e suo testamento spirituale)- in cui si sente il suono della vita». E in Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere questo suono c’è; perché solo ciò che è vivo è mobile, mutevole imprendibile, come la sostanza dei sogni e delle visioni; possiamo assaporarlo, mai pensare di afferrarlo o definirlo.

È anche libro di restituzione, dico io. Ripaga il debito che Anna Maria sentiva di non aver saldato con sua sorella, non l’aveva resa felice, mentre lei, in fondo, lo era stata.

In una lettera bellissima a Raffaele La Capria (25 giugno 1993), la scrittrice confessa, il suo cruccio, il suo dolore. Caro Raffaele La Capria… E ora solo comprendo, che il solo bene della mia vita, è stato il sodalizio – si dice così? – con mia sorella Maria, che col suo lavoro umilissimo di impiegata postale –mi ha sottratta, in gran parte, al vento della vita. Maria aveva sacrificato la sua vita perché Anna Maria potesse realizzare il suo sogno, Anna era “La ragazza che voleva scrivere”, l’ha detto così bene Adelia.

Giuseppe Marotta e il "mare verde" d'Irpinia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo della presentazione di Raffaele La Sala al volume curato da Paolo Speranza, La memoria ricorrente. L'Irpinia letteraria di Giuseppe Marotta, tenutasi presso la Biblioteca di Montevergine giovedì 10 ottobre 2013

Giuseppe Marotta e il “mare verde” d’Irpinia

(di Raffaele La Sala) 

L’occasione di un anniversario, ignorato dai più e che invece Paolo Speranza ha ricordato con un pregevole volume di riflessioni, rarità bibliografiche ed autorevoli testimonianze (La memoria ricorrente. L’Irpinia letteraria di Giuseppe Marotta, Mephite edizioni, Avellino 2013), ci impegna -pur in un tempo infausto per la memoria- ad una rilettura non frettolosa dell’opera di Giuseppe Marotta. Troppo a lungo prigioniero del pregiudizio critico di una napoletanità bozzettistica e di maniera, o al più ricordato come il giornalista meridionale ospite un po’ a disagio delle redazioni giornalistiche del nord (ed oggetto di livide malevolenze), Marotta può oggi, a cinquant’anni dalla morte, riaffacciarsi alla storia letteraria ed occupare il ruolo che gli spetta. Beninteso c’è anche Marotta scrittore a un tanto al metro, così come nella sua vasta produzione giornalistica non mancano frequenti cedimenti all’ovvio, ma non è difficile, con una lettura meno banale e preconcetta, rintracciare il filo di un’esperienza, solitaria e consapevolmente estranea a mode intellettuali e scuole di pensiero, eppure sostenuta da un fine gusto narrativo che ne fa una delle grandi voci della letteratura del ‘900. Un protagonista, benché appartato, di quello straordinario ventennio (tra il ’40 ed il ’60) non ancora sufficientemente indagato in sede critica nella sua straordinaria vitalità (e troppo presto condannato all’oblio): quello, tra gli altri, di Vitaliano Brancati, Patti, Cassola, Flaiano, Tomasi di Lampedusa, Bassani, Carlo Levi, fino ai più giovani Mastronardi e Scotellaro, o i ‘napoletani’ Ortese, Incoronato e Rea.

In questo contesto l’opera di Marotta ritrova senso e dignità ed anche la sofferta testimonianza d’amore all’Irpinia (terra pudicamente amata, sogno gentile, memoria di affetti nitidamente scolpiti nel cuore, e sempre evocati, i bagliori di infanzia, la ricerca del padre, giornalista ed avvocato, in una Avellino meno sonnolenta e marginale di quanto oggi malinconicamente non sia) si rivela, oltre ogni compiacimento campanilistico, come la chiave interpretativa per recuperare alla storia letteraria uno scrittore sorprendentemente attuale.

Il volume di Paolo Speranza, insieme ad altri studi e testimonianze già noti (Barbieri, Pionati, Iermano, Picone, Saggese, Massaro), non solo colma una vistosa lacuna critica, ma apre anzi squarci inediti sul Marotta giornalista e sceneggiatore, e sul sopralluogo a Montevergine con Cesare Zavattini e Vittorio De Sica (per un episodio de “L’oro di Napoli” che non si girò e che accese anche l’acerbo e vitale entusiasmo di Camillo Marino e ne segnò, probabilmente, il percorso intellettuale).
In Testa e croce, un racconto ne Gli alunni del tempo del 1960, (ora ripubblicato da Speranza, pp. 33-37) Marotta immagina un incontro con il padre dopo la morte. Al padre che gli chiede “E’ forse un obbligo la nostalgia?” risponde: «D’altronde non mi sono riaffezionato volontariamente, di proposito, ad Avellino e all’infanzia che vi trascorsi: è proprio come un debito, io ne sento la scadenza (una virtù del galantuomo, il quale non attende la chiamata del notaio) e a piccole, frequenti rate la pago».
Avellino, Mercogliano, Montevergine sono veri e propri luoghi dell’anima, dei quali Marotta si riappropria con sofferto pudore, le tappe di un percorso a rebours fino a rintracciare la trama più intima e segreta della sua infanzia spezzata, insomma un’occasione per fare i conti con la propria vita che gli aveva dato ad un certo punto successo e danaro, ma che non poteva restituirgli il padre.
Ecco perché non mi convince –per quanto suggestiva- la nota di Piero Gargano a proposito della canzone Mare verde (musica di Salvatore Mazzocco), con la quale Marotta si consegnava (oltre che alla storia letteraria ed a quella del cinema) anche a quella straordinaria della canzone napoletana. “L'idea del mare verde era venuta a Marotta –scrisse Pietro Gargano- mentre guardava una partita del Napoli sul prato dello stadio ‘San Paolo’, da poco inaugurato”. Non mi pare. Anzi, ad una attenta rilettura, il testo evoca, con inequivocabile evidenza, le aspre dolcezze di paesaggi montani: quelli che dal viale dei Platani, attraverso le Torrette, portava a Mercogliano e poi al santuario di Mamma Schiavona.

Vediamo:

Nun è campagna è mare, mare verde:
nu golfo d'erba, na scugliera 'e fronne,
ca luntano se perde sott''o cielo d'está...


E pe' stu mare verde senza fine,
suonno d''a vita mia,
cchiù carnale e gentile
tu cammine cu me...
Ll'ombra te veste ma te spoglia 'o sole:
si' d'oro comm''o ggrano...
Tremmanno 'e passione
t'astregno sti mmane...
e 'o mare verde,
ce 'ncanta e ce perde,
abbracciáte accussí...

II

Dorme nu bosco e canta na surgente...
Sisca nu treno sott'a na muntagna...
Va sbarianno cu 'o viento,
na palomma ccá e llá...


Insomma, in quel “mare verde senza fine, suonno d’ ‘a vita mia”  Marotta ritornava all’accogliente e materno paesaggio d’Irpinia: quello dell’infanzia avellinese e quello ribollente di Montevergine ne L’oro di Napoli.