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Una finestra sulla Biblioteca > Febbraio 2017

Un timbro a secco con l'immagine della Madonna di Montevergine nei documenti d'archivio

(di Paola de Conciliis)

L'icona della Madonna, che compare come simbolo della Congregazione Verginiana negli atti ufficiali, è ben nota agli studi. Il sigillo cereo con l'immagine della Vergine in trono, appeso alla pergamena del 22 settembre 1298 (AMV, perg. 2611) è stato portato da p. Tropeano all'attenzione degli studiosi, insieme allo statuto dell'abate Donato (AMV, perg. 1297), del secondo decennio del XIII secolo, per istituire un confronto di date e iconografie a favore di una datazione alta, entro la fine del secolo, per la celebre icona del Santuario (P. M. Tropeano, Montevergine nella storia e nell'arte, p. 175 e ss).

Questa avrebbe sostituito la cosiddetta Madonna di San Guglielmo, databile entro il 1196, nell'iconografia del sigillo ufficiale dell'abate e della comunità negli strumenti notarili e degli atti interni alla vita della Congregazione, ad una data che, però, è sempre apparsa leggermente troppo precoce. Il pittore cui l'opera è ab antiquo attribuita (Giovanni Antonio Summonte, Historia della città, e regno di Napoli, Napoli 1599-1602), Montano d'Arezzo, veniva nominato nei pagamenti registrati dalla cancelleria angioina il 28 giugno 1310, per aver reso i suoi servigi a Filippo di Taranto, fratello minore di re Roberto, affrescando, tra l'altro, la cappella del suo palazzo a Napoli e quella da lui posseduta nella chiesa di Montevergine. Anche recentemente (W. Angelelli in La Maestà di Montevergine. Storia e restauro, Roma 2014) la datazione proposta per la grande tavola, in base ai confronti tra le altre opere attribuite a Montano e quelle dei maestri a lui contemporanei, ai quali fa riferimento la sua cultura e il suo stile, Cimabue, Duccio di Buoninsegna Timbroe Pietro Cavallini, non vien fatta risalire oltre i primissimi anni del Trecento.

Pur non potendo, quindi, condividere le conclusioni di P. Tropeano, è comunque interessante notare come l'iconografia dominante dell'epoca, la Madonna Odeghitria, fosse recepita in forme assai aggiornate in un piccolo manufatto, a tutti gli effetti un lavoro di oreficeria, quale era la matrice di un sigillo pendente del XIII secolo.

A noi che esaminiamo le carte più recenti dell'archivio abbaziale è invece dato di constatare la longevità,  per non dire il conservatorismo, con cui tale iconografia, pur nell'evoluzione dello stile figurativo, permane nella decorazione dei timbri a secco con cui venivano impressi dei “sigilli cartacei”, estrema riduzione moderna degli esemplari medievali realizzati in materiali più o meno solidi e preziosi, che troviamo nella documentazione amministrativa della Congregazione del Settecento e dell'Ottocento. In due casi, tra gli altri, uno del 1748 (AMV, busta 47), l'altro del 1805 (AMV, busta 56) si tratta di istanze prodotte a diverso titolo all'abate e al collegio dei definitori, da membri della comunità.

Nel primo incartamento si trova la supplica del p. Gennaro de Rinaldo che, offrendo un proprio capitale di duecento ducati alla cassa comune della Badial Casa di Loreto, con lo scopo di investirlo in vario modo a beneficio della comunità e per sostenere i lavori di costruzione del nuovo Loreto, si riserva la rendita corrispondente ad una piccola quota di esso e chiede per sé stesso una messa in suffragio all'anno in perpetuum. Nel secondo il priore del monastero verginiano di San Giovanni in Valle a Castelbaronia, Romano de Meo, fa ricorso all'abate di Montevergine per ottenere giustizia in una controversia con il priore precedente Ridolfo Grimaldi, relativa ad introiti spettanti al suo monastero.

Una volta esaminate ed accolte, tali istanze andavano a costiture un fascicolo insieme alle memorie delle parti, alla registrazione delle disposizioni da esse promosse e alle successive attestazioni di pagamenti e incassi attinenti. Una o più carte, generalmente l'istanza stessa e il verbale dispositivo dell'organo collegiale, sono impreziosite dall'apposizione di un sigillo ricavato in uno scampolo di carta finemente ritagliato come un origami. Questo è incollato sul foglio, su cui è steso un sottile strato di colla, forse di origine vegetale, colorata di rosso, e impresso con un timbro che riproduce la Madonna in trono con il Bambino in grembo, vista frontalmente, all'interno di una cornice ovale, su cui corre il titulus “ABBATIS GENERALIS”, ben leggibile soprattutto nel sigillo di carta azzurrina del 1805, ed è completato in basso dal monogramma MV con le tre cime e la croce cerchiata, sormontata dalla corona. Non si tratta probabilmente della stessa matrice nei due casi, ma gli oggetti erano certamente esemplati seguendo lo stesso modello iconografico, identico anche nei particolari minimi, quali i gigli angioini del fondo e il riccio del pastorale sulla destra, riferimento probabilmente alla conservazione della dignità episcopale dell'abate.

Il caso delle tre cinquecentine

                                                                                              (di Sabrina Tirri)

Calepino_frontSistemare, inventariare e catalogare sono le parole d’ordine che imperano in una biblioteca. La sistemazione del materiale bibliografico, indipendentemente dal suo supporto, ne garantisce la conservazione, l’inventariazione ne identifica la appartenenza/proprietà e la catalogazione ne permette l’individuazione e la fruizione. Sono operazioni concatenate: l’una determina l’altra. Molto spesso però, per motivi ignoti e inspiegabili, succede che i documenti non vengano registrati e catalogati al momento preciso dell’acquisto o della donazione e sono in stand by nei locali della biblioteca, determinando due effetti: il documento è irrintracciabile e diventa oggetto di possibile furto. In questo modo la biblioteca non risponde in maniera adeguata ai suoi compiti riportati nel DPR 417/1995, tra i quali, in primis, vi è quello di documentare il posseduto ivi raccolto e conservato di cui si viene a conoscenza tramite gli strumenti di comunicazione e di mediazione per eccellenza: i cataloghi. Se per il cartaceo si individuano cataloghi speciali a seconda della tipologia del materiale (cinquecentine, periodici, manoscritti, incunaboli, cd/dvd etc.), nei moderni cataloghi on line la banca dati è comune. Ed è proprio nell’archivio nazionale elettronico, quale SBN, che sono confluite le descrizioni relative ai documenti, di varia datazione, posseduti dalla Biblioteca di Montevergine; tra questi anche le 1116 cinquecentine, collocate nella sala direzione, al secondo piano della struttura, identificata dalla sigla CINQ. Contestualmente alla catalogazione del suddetto materiale antico in maniera informatizzata, iniziata tra il 2002 e il 2003 e terminata nel 2013, veniva inserita nel database dell’edit16 una parte di queste cinquecentine: quelle stampate in Italia in qualsiasi lingua e all'estero in lingua italiana. Tale fondo, ordinato in maniera organica e sistematica, in cui predomina l’argomento religioso-teologico, consta di testi provenienti per lo più dalle celle monastiche del monastero di Montevergine, di cui fa parte la biblioteca, usati dai verginiani stessi per la loro attività di lettura e di studio. Una volta terminata la catalogazione, il fondo è stato raccolto in un volume a stampa, edito in due tomi, nell’estate del 2015 e presentato nella sala degli arazzi del Palazzo abbaziale di Loreto nell’autunno successivo. Sembrava aver definito la consistenza bibliografica delle cinquecentine quando invece nel sistemare una sala adiacente ne sono state rinvenute altre tre che immediatamente sono state portate nella sala preposta. Si tratta di opere inventariate negli anni che vanno dal 1964 al 1979, al momento quindi del loro arrivo in biblioteca, ma non catalogate. 
La prima cinquecentina riguarda il Dictionarium Latinogallicum, thesauro nostro ita ex aduersorespondens, vt extra paucaquaedam aut obsoleta, aut minus in vsu necessaria vocabula, & quas consulto di Estienne Robert, ed è stata collocata al numero 296 dello scaffale 002. della sala CINQ. Essendo mutila della pagina principale di informazione, il frontespizio, ricaviamo molti elementi dalla descrizione presente nell’applicativo SBN. La stampa risale al 1544, il luogo di pubblicazione è Lutetia, antenata dell’attuale Parigi, e la marca tipografica scelta dall’editore, intendendo per marca lo stemma, il simbolo con cui stampatori ed editori identificavano le proprie edizioni, rappresenta un uomo che indica un albero con i rami innestati, accompagnato dal motto: Noli altum sapere. “Non essere superbo ma temi” è un’ammonizione di san Paolo riportata nell’epistola indirizzata ai Romani. Non ci sono contrassegni, ex libris, timbri o qualsiasi altro segno che possono far pensare a possessori precedenti ma dal registro di ingresso desumiamo la provenienza del testo e trattasi del monastero di Sant’Ambrogio di Roma.
La seconda cinquecentina è a firma di Giacomo Calepino, che prese il nome di Ambrogio quando entrò nel convento dell'ordine degli eremitani di Sant’Agostino e compilò nel 1502 la prima edizione di un dizionario latino, più volte perfezionato, fino a pubblicare la XXIV edizione nel 1520, considerata quella definitiva. Oggi calepino è divenuto termine antonomasico per "vocabolario". Sistemato al numero 294 dello scaffale succitato è la sua opera dal titolo: Dictionarium, in quo reCalepino_colstituendo, atqueexornandohaecpraestitimus. Primum, non solumilludcurauimus, quod ab omnibus solet ... DeindecumexemplaquaedamCalepinusadduxerit, quaenunc in libris emendate impressisaliterleguntur ... Hoc est, additamenta Pauli Manutii ... Et adiectasuntsynonima, vocumdifferentiae, antitheta, ... HenriciFarnesii ... De verborum splendore &delectu, ad vbertatem&copiamdicendi, appendiculaeduae ... AcdemuminferiturdictionariumItalicum… Il volume è diviso in due tomi, è mutilo di alcune pagine e sul frontespizio è la seguente nota manoscritta: Huieronymus Coca … laus Deo. Sempre sul frontespizio, inserita in una cornice figurata, è la marca del tipografo, la carità, rappresentata da una donna circondata da bambini. Sovrasta l’immagine il cartiglio al cui interno è posta la scritta: Charitas. L’esemplare è edito a Venezia nel 1600 da Farri Domenico, la cui attività tipografica fu piuttosto intensa verso la fine del Cinquecento. Come tanti altri tipografi veneziani, anche lui si dedicò alla ristampa delle opere che riscuotevano maggiore successo.
Concludiamo con la cinquecentina In M. TulliiCiceronis familiarium epistolarum commentarii. Hubertinus, Martinus Phil., Ioan. Bapt. Egnat., Ascensius ... Nunc vero Angeli Rocch. August. a Camerino summa diligentiaexpurgati. Sublatis innumeriserratis, quibus nonnullorum typographorum incredibili, sordidissimaque lucri auiditate scatebant: correctore posthabito, honore que neglecto. Multae praeterea res eorundem incuria passim omissae in sua loca sunt repositae. Adiectis praeterea argumentis, & lemmatibus Giberti Longolij in fronte singularum epistolarum. Il volume, con collocazione CINQ 002. 295, è relativa alle epistole familiari scritte da Marco Tullio Cicerone, redatte tra il 63 e il 43 a.C. e indirizzate a personaggi della vita pubblica e privata. Si tratta di un esemplare mutilo di frontespizio e di numerose carte, ma grazie al doppione posseduto (CINQ 002. 264) e alla descrizione in SBN sappiamo che tale volume è stato edito a Venezia nel 1585 per conto di uno dei maggiori tipografi del XVI secolo, Giovanni Griffio. La marca tipografica da lui adottata ritrae un grifone che regge con gli artigli una pietra alla quale è incatenato un globo alato, simbolo del mondo, incorniciata da una locuzione latina molto significativa: Virtute duce, comite fortuna (con la virtù come guida e la fortuna come compagna) che l’editore trae proprio dal libro X dell’epistolario ciceroniano.