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Una finestra sulla Biblioteca > Marzo 2018

Una platea dell'archivio di Montevergine: San Gennaro di Terranova

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un estratto della tesi di laurea magistrale in Scienze storiche, prova finale in Archivistica, di Giovanni Schiavone, discussa recentemente presso l’Università degli studi di Napoli (relatrice Antonella Venezia, correlatrice Anna Maria Rao). La platea qui descritta riguarda una dipendenza di Montevergine, Terranova, ora frazione del comune di San Martino Sannita, in provincia di Benevento.

(di Giovanni Schiavone)

Platea_TerranovaLa platea del monastero verginiano di San Gennaro di Terranova, la cui datazione è riferibile al biennio 1757-1759, è conservata presso l’archivio di Montevergine. Tale monastero, grazie al rapporto di dipendenza diretta in alcuni periodi della sua esistenza con l'abbazia di Montevergine, è fra tutti i monasteri verginiani quello che presenta una considerevole documentazione per quanto riguarda le sue vicende, che sono desumibili anche dal Liber plantarum della platea di Terranova, precisamente dal f. 3r al f. 10r.

Le platee, costituite da mappe acquerellate dei possedimenti della Congregazione verginiana, accompagnate dai relativi inventari dei beni immobili, possono essere definite a tutti gli effetti, con linguaggio moderno, un catasto. Con tale documentazione, unita a quella relativa ai libri contabili, la Congregazione verginiana poteva prendere visione della consistenza dei propri beni e allo stesso tempo tutelarsi da possibili rivendicazioni di natura territoriale o economica.

La trascrizione del documento, preceduta da un'introduzione archivistica, è stata condotta rispettando quanto più fedelmente possibile l'originale, sciogliendo tutte le abbreviazioni tramite il ricorso alle parentesi tonde e lasciando la punteggiatura e l'uso delle maiuscole anche quando il loro uso si discosta da quello moderno.

Per quanto concerne l'introduzione archivistica, col fine di inserire il documento nel suo contesto di conservazione, si è tracciata una breve storia dell'Archivio di Montevergine, che va dalla sua formazione fino al presente, delineando come si sia trasformato da "memoria autodocumentazione" in "memoria fonte".

L'archivio inteso come fondo documentario viene a formarsi all'incirca con l'Abbazia di Montevergine ed è relativo proprio a quella documentazione che ne attesta la fondazione e la conseguente tutela dei diritti sui propri beni.

La distinzione fra memoria autodocumentazione e memoria fonte, inerente alla documentazione dell’archivio di Montevergine, è ovviamente riferibile anche alla Platea oggetto del presente lavoro. A tal proposito si cita una disposizione del Capitolo generale dell'8 maggio 1586, che segna anche l'origine della produzione di questa particolare tipologia documentaria:

«Ordinamo di piu che tutti li Priori locali fra termini di doi mesi debbano mandare l'inventario de tutti e beni de Monasterii mobili, e stabili, dove stanno li stabili con chi confinano, chi le tengono, et quanto rendono, autenticato con fede di Notaro, et che essi ne debbano pigliar copia, et quella serbare dentro una cascia da farsi in qualsivoglia monastero che sia detta la cascia delle scritture dove siano anche conservati li instrumenti e li quinterni de introito et essito, gl'inventari e qualsivoglia altra scrittura spettant'al beneficio del Monasterio».

Tale disposizione, che fra l'altro indica anche la nascita degli archivi particolari delle singole dipendenze di Montevergine, stabilisce che tutti i priori delle case dipendenti dovevano inviare un inventario di tutti i beni mobili e stabili in loro possesso. Lo scopo, come già accennato, era di avere una base documentaria giuridicamente valida che attestasse i diritti della Congregazione verginiana.

Oggi, le platee, esaurita da tempo la loro natura di "inventari catastali", svolgono un'importante funzione di documentazione storica.

Per quanto riguarda il contenuto della Platea di Terranova, si fa presente che essa è una copia, acquisita e conservata presso l'Archivio di Montevergine in ottemperanza a precise disposizioni vigenti all'epoca della sua redazione. Il suo contenuto può idealmente tripartirsi: la prima parte funge da "introduzione" e mostra l'iter che si è seguito per giungere alla sua realizzazione; seguono poi il Liber revelationum ed il Liber Plantarum. Il primo è costituito dalle «rivele fatte da particolari possessori de beni, Censuari, e rendienti», il secondo dalle descrizioni (dilucidationes) e dalle piante dei relativi terreni e stabili. Pertanto il testo si articola secondo formulario standardizzato che si ripete di rivela in rivela, di dilucidatio in dilucidatio.

Come ci informa il notaio Lorenzo Chiavelli, rogatario del documento, esiste già una platea risalente al 1718, redatta dall'agrimensore Bartolomeo Cocca. Tale platea in realtà poiché «sollennis non fuerit, generalis, et vera; sed privata, particularis, et ut plurimum scatens erroribus» non poteva avere validità giuridica. Va però segnalato che nove delle ultime dieci piante del nostro documento sono tratte dal Chiavelli proprio dalla platea del Cocca.

Al f. 47r/v è presente l'editto di pubblicazione dove il Chiavelli riepiloga di aver ricevuto il compito di redigere una Platea «de beni, stabeli, rendite, censi, e redditi, del Real Monistero di San Gennaro di Terranova» in data 22 gennaio 1757 e avendo ormai portato a termine il compito affidatogli, fatta la relazione prevista presso la Reale Camera di Santa Chiara, deve per ordine della stessa procedere alla pubblicazione della Platea. Come si legge al f. 49r il 17 luglio 1759 si pubblica la Platea; il 27 luglio in considerazione del fatto che non si è presentato nessuno, nei termini stabiliti, di coloro che possano avere interessi pendenti, la Platea è «conclusa atque firmata praesentibus pro Textibus dominis Nicolao Batto Terraenovae, Domino Gabriele Mastro Iacono Mercuriani, Bonaventura Pecoriello Terrae Cucciani, et aliis»; al 31 luglio è riferibile la sententia del Chiavelli, riportata al f. 49v con la quale si dispiega tutto il potenziale giuridico della Platea.

Il Liber Plantarum si apre con il privilegium di agrimensore  accordato a Lorenzo Chiavelli, al f. 1r/v, che come dichiarato dallo stesso, in calce al f. 1v è una copia conforme all'originale in suo possesso: i tavolari del Sacro Regio Consiglio, avendo ricevuto dal Chiavelli la richiesta di essere annoverato fra gli agrimensori del Regno e ritenutolo capace sia per quanto riguarda la matematica sia per quanto concerne la geometria, lo hanno ammesso all'ufficio di agrimensore, concedendogli «la potesta, e facolta di misurare, ed apprezzare campi, orti, terre, massarie, fabbriche, e possessioni, e di tali misure, ed apprezzi formare fedi autentiche».

Si passa poi alla descrizione o dilucidatio delle varie piante dove per ogni terreno si danno le misure e si elencano i confini.

Il fondo musicale Imbimbo della Biblioteca di Montevergine

(di Giuseppe Macchia)

Negli ultimi anni attraverso un  intenso lavoro di catalogazione sistematica abbiamo dato degno ordine ad una  straordinaria raccolta di testi musicali sacri, profani e didattici, che la Biblioteca di Montevergine ha avuto la fortuna di ricevere in dono nel 1955 da Ester Magno, vedova del maestro di musica Gino Imbimbo, che nel terzo anniversario della morte del musicista, volle ricordarne la memoria. Nonostante siano passati tantissimi anni dall’ingresso di questo lascito in biblioteca, attraverso la sua catalogazione emerge con forza, oltre alla profonda cultura musicale e umanistica del maestro Gino, la figura di un appassionato collezionista e bibliofilo. Con la morte di Gino, si è estinto il ramo principale degli Imbimbo, una delle 14 famiglie nobiliari che aveva governato la città di Avellino per mandato di Marino II Caracciolo, dagli inizi del  Seicento;  fu questa illustre famiglia a istituire in città nel 1653 il Conservatorio dell’Immacolata Concezione conosciuto come il Conservatorio delle Oblate, che ha dato ospitalità e formazione alle fanciulle nobili della città. Lo statuto del Conservatorio (di cui conserviamo una copia nell'Archivio annesso alla Biblioteca assieme ad altri documenti della famiglia Imbimbo che abbracciano un arco temporale dal XVI al XIX secolo), garantiva ai membri di questa famiglia la carica di governatore; Gino Imbimbo ricopre questa carica  dal 21 luglio del 1900, e istituisce anche la Schola Cantorum a voci miste, collegando Avellino con le altre città italiane che negli stessi anni avevano aderito al Movimento Ceciliano di cui  Lorenzo Perosi è considerato la guida e l'esponente principale. Gino si forma nello straordinario ambiente culturale della Napoli di fine Ottocento, che con la sua vivace vita culturale aveva attratto fin dai secoli precedenti artisti internazionali che venivano a perfezionarsi in quella che Charles de Brossez non esita a definire «la capitale musicale europea, che vale a dire del mondo intero», e si diploma  poi alla Scuola Superiore di Musica Sacra di Roma; si prodiga per la città di Avellino, specie durante le feste liturgiche per far conoscere l’operato della sua Schola Cantorum nella diocesi. I suoi meriti valicano i confini provinciali, come sottolineano i periodici irpini che all’indomani della sua morte ne esaltano i meriti artistici e la profonda conoscenza del mondo musicale, dovuta allo stimolo di diversi musicisti internazionali con i quali aveva avuto contatto.

Oggi il materiale del fondo Imbimbo è facilmente consultabile nell’opac di Montevergine e nel Servizio Bibliotecario Nazionale, dove abbiamo riversato circa 756 notizie bibliografiche che sono andate ad arricchire la sala C della Biblioteca di Montevergine, dove ci sono poco meno di 7000 volumi di musica, teatro, letteratura e arte. In questa sezione, per uniformità di materiale, sono confluiti anche i testi musicali del prezioso fondo Johannowskj e quelli di musica sacra, testimonianza della ricca tradizione musicale dei monaci benedettini, organisti del santuario di Montevergine. Tra i volumi a stampa del fondo Imbimbo, ci sono opere di compositori italiani e stranieri dal XIX al XX secolo, edizioni della Ricordi, Sonzogno, Carrara, MefistofeleGirard, Cottrau, Fabbricatore, e tantissime altre straniere.   

Molti di questi spartiti hanno un’elegante veste editoriale, in particolare i frontespizi, a cui sicuramente in futuro dedicheremo una mostra; tra questi poi, ce ne sono alcuni preziosissimi, poiché posseduti solo dalla nostra biblioteca, che possono costituire una fonte di interesse per l’utente, sia esso lo storico, il musicista, ma anche il semplice dilettante. Interesse che abbiamo constatato subito, attraverso la richiesta pervenuta da utenti fuori regione di digitalizzazione di alcuni spartiti, cosa che ha gratificato lo sforzo fatto e il lavoro che continueremo a fare per arricchire ancora il catalogo consultabile della Biblioteca. Questo lavoro non è stato svolto meccanicamente, ma attraverso continue ricerche  bibliografiche, biografiche, e continui confronti con colleghi bibliotecari italiani e stranieri, come nel caso del Silvano di Mascagni, edito dalla casa editrice Sonzogno, per il quale abbiamo avuto una fitta corrispondenza con la dottoressa Silvia Valisa (e cogliamo l’occasione per ringraziarla), professore associato di italianistica alla Florida State University, e responsabile di due progetti di digitalizzazione del materiale musicale della casa Sonzogno, la quale ci ha arricchito e stimolato ad andare avanti.

Molte volte il nostro lavoro riserva una sorpresa. Nel catalogare il fondo musicale della biblioteca ci siamo imbattuti in una scoperta di eccezionale valore storiografico e musicologico. In una miscellanea di spartiti francesi dell’Ottocento abbiamo rinvenuto due arie a stampa, facenti parte della Petite Maison, opera di Gaspare Spontini con firma autografa dell'autore. Come ci ha illustrato Marco Palmolella, conservatore del Museo e Biblioteca Maiolati-Spontini, non essendosi conservata la partitura di quest’opera per l’insuccesso seguito alla sua prima rappresentazione al Teatro Feydeau nel 1804, e dei cui esecutori neppure rimaneva traccia, le due arie della Biblioteca di Montevergine, sono quindi fondamentali per la conoscenza dell’opera spontiniana, altrimenti condannata all’oblio.

La catalogazione costituisce uno strumento preziosissimo innanzitutto di censimento del materiale posseduto e contemporaneamente di tutela e di valorizzazione del materiale bibliografico per le generazioni future. La storia del fondo Imbimbo fotografa perfettamente questa situazione; dalla sua donazione sono passati 63 anni e il compimento di questo lavoro (perfettibile) di catalogazione è la pubblica consultazione di beni bibliografico-musicali di cui non era nota l’esistenza. Il lavoro del bibliotecario è oggi ancora più prezioso, sia per la carenza di risorse umane, sia per il calo di utenti in tutte le biblioteche italiane, situazione che rende questa figura il custode di un sapere scientifico ormai sulla via dell'estinzione. Questo articolo a breve sarà seguito dalla pubblicazione di un catalogo cartaceo, che meglio illustrerà l’intenso lavoro svolto e documenterà analiticamente il fondo musicale. Sarà anche un modo per rendere omaggio alla memoria di Ester Magno, e soprattutto di Gino Imbimbo, che tanto ha fatto per la cultura e la città di Avellino e di cui purtroppo pochi conservano oggi il ricordo.