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Una finestra sulla Biblioteca > Marzo 2019

Ci scrive Marcus Parisopulos

In risposta alla recensione del romanzo Hiperionidi, l'alba degli dei, riceviamo e pubblichiamo una riflessione del monaco Marcus Parisopulos

Riflessioni su Hiperionidi, il mito perduto

Salve omnes.
Sono il monaco Marcus Parisopulos e scrivo queste poche righe per chiarire alcuni aspetti a proposito del manoscritto di Erodoto che ho recuperato, per caso, nella biblioteca del monastero di Dios alle falde del monte Olimpo.
Il testo del famoso storico di Alicarnasso narra un viaggio fantastico di alcune divinità extra olimpie – più precisamente i figli del titano Hiperione –, che intraprendono nel Mar Mediterraneo alla volta del “Meridiano Zero”. I loro obiettivi sono: liberare i genitori dal carcere, ascendere al cielo in qualità di divinità del giorno e detronizzare Astreo, titanide insignito da Fato per il controllo degli astri; una guerra quindi speculare a quella delle altre divinità olimpie contro Crono e i titani.
Il ritrovamento del manoscritto fornisce quindi un’altra porzione di sapere che dà al lettore uno stimolo in più per approfondire e integrare la letteratura mitologica greca. Nel corso dei secoli, le storie dei miti sono servite a vari studiosi per analizzare, approfondire e studiare i comportamenti degli uomini e dare quindi un senso e una morale alle varie storie tramandate dal popolo greco antico attraverso storici, aedi e sacerdoti. Hiperionidi si pone anche sotto quest’aspetto perché narra non solo una grande avventura ulissiana nel bacino del mediterraneo, ma mette a confronto le emozioni, le paure e dunque gli stati d’animo di tutti i personaggi, divinità e non, che hanno accettato di navigare “verso l’ignoto per un futuro migliore”.
Ovviamente mi trovo in una condizione molto particolare perché mi ritrovo nascosto nella mia cella del monastero con i miei fratelli intenti a darmi la caccia: vogliono il libro per bruciarlo perché considerato eretico e pagano. Possono trovarmi e punirmi severamente per aver disubbidito al Padre Superiore, ma il libro deve essere salvato almeno attraverso la divulgazione, ragion per cui immagino due cose nella mia mente: di essere un regista, come se fossi direttamente io a dirigere questo film (neanche a farlo apposta il libro si conclude con la scritta to be continued) e poi una platea incuriosita di persone intenta a guardare questo lavoro. La mia angoscia è però – visti i tempi che corrono – che molte persone potrebbero stancarsi facilmente del mio sproloquio ed abbandonare la sala quindi cerco di “abbellire” il testo di Erodoto rendendo i dialoghi dei personaggi piacevoli immettendo il buon vecchio humor napoletano, nonché l’inconfondibile dialetto romanesco parlato dal dio Efesto, senza ovviamente dimenticare l’apporto di Dante Alighieri nelle descrizioni di alcuni momenti particolari, come ad esempio il viaggio in mare dei corinzi per seguir virtude e canoscenza, o la descrizione fisica di Fato (faccia d’uom giusto). Non mi limito quindi a un semplice “dettato” del testo di Erodoto, bensì lo elaboro a modo mio per renderlo così più gradevole all’orecchio dei lettori.
Essendo poi un testo molto vecchio, una domanda mi pongo sovente: “Come mai questo testo in greco antico si trovava all’interno di un monastero ortodosso?” È un quesito che ancora non ha risposta, ma deduco che sia lì per mano di qualche mio fratello che dimorò nel monastero secoli fa e che lo salvò forse da qualcuno che decise di eliminarlo: la storia così si ripete come sempre.
Il Mahatma Ghandi diceva: “Vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre”.

Marcone inedito

(di Anna Battaglia)

Cop_libroIn occasione del centenario dell’elezione abbaziale del padre Giuseppe Ramiro Marcone, sabato 9 marzo 2019, presso la Sala degli Arazzi del Palazzo abbaziale di Loreto in Mercogliano, è stato presentato il volume dal titolo L’abate Giuseppe Ramiro Marcone nei manoscritti inediti dell’abbazia di Montevergine, a cui ha fatto seguito l’inaugurazione di una mostra documentaria-fotografica allestita con documentazione proveniente dall’archivio storico annesso alla Biblioteca Statale di Montevergine, dagli archivi dell’abbazia e da collezioni private (foto). Dapprima ci sono stati i saluti del padre abate Riccardo Luca Guariglia, Conservatore del Monumento Nazionale di Montevergine, che ha messo ben in evidenza l’importante operato dell’abate Marcone nel far rifiorire l’abbazia in tutti i sensi, tanto da poter essere considerato un secondo fondatore, dopo san Guglielmo. Il suo esempio di vita deve essere per tutti i religiosi - egli ha ribadito - un continuo monito a non lasciarsi sopraffare da dubbi e debolezze, in modo tale da continuare ad onorare la sua memoria ed il suo ricordo. Subito dopo p. Andrea Davide Cardin, Direttore della Biblioteca Statale di Montevergine, nonché Priore della Congregazione Verginiana, ha letto un comunicato proveniente dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali MiBAC nel quale la dott.ssa Paola Passarelli, insieme al dottor Macrì, rammaricandosi nel non poter intervenire per impegni improrogabili, esprimevano il loro più vivo senso di partecipazione alla manifestazione. Nel ringraziare poi per l’invito, sottolineavano la costante opera di promozione e valorizzazione svolta dalla Biblioteca di Montevergine attraverso convegni, giornate di studio, iniziative editoriali, mostre documentarie e bibliografiche di cui si dà puntualmente conto sui più moderni canali di comunicazione, come il sito web, Facebook, Twitter e Youtube.  C’è stato poi l’intervento dell’assessore alla cultura del comune di San Pietro Infine, dott.ssa Ilenia Ferri, che, a nome del sindaco, ha portato ai convenuti i saluti e ringraziato per l’importante iniziativa nei confronti del loro concittadino, il cui ricordo è ancora vivo a San Pietro Infine, suo luogo natìo. Il sindaco di Mercogliano, prof. Massimilano Carullo, parlando della benefica influenza del Santuario di Montevergine sulla cittadina di Mercogliano, non solo da un punto di vista religioso, ma anche sociale e culturale, ha concordato con il padre abate nel definire Marcone, secondo fondatore. Molto gradita dal pubblico e toccante è stata la testimonianza diretta dell’ultima suora benedettina vivente dell’Istituto Maria Santissima di Montevergine che ha conosciuto l’abate Marcone, suor Gabriella Capone. Ha raccontato dei suoi incontri con quello che ha definito “padre maestro”, che le ha più volte preannunziato la sua data di professione. Il suo abbigliamento, ha lasciato intendere, con un sottile senso di pudore, spesso era non consono poiché si trovava in abiti da cucina e zoccoli ai piedi, come si usava in quel tempo. La prima relazione è stata quella del P. Andrea Cardin che si è soffermato particolarmente su uno dei manoscritti presentati nel libro, la Cronaca della Missione in Croazia (foto) dell’abate Marcone dal 1941 al 1945, redatta dal suo segretario particolare, don Giuseppe Masucci che lo accompagnò. Egli si è soffermato su alcune pagine del diario dalle quali si evince l’opera umanitaria svolta dal religioso e dal suo segretario nel salvare tanti ebrei, ma anche dissidenti del regime di Ante Pavelic, dalla deportazione. Ha più volte ribadito che la missione dell’abate Marcone è stata una missione religiosa, di pace, di cui doveva rendere conto alla Santa Sede, che lo aveva inviato in qualità di Visitatore Apostolico. Il dott. Maurizio Zambardi, presidente dell’Associazione Culturale “Ad Flexum”, nel portare i saluti di tutti i soci, ha ricordato il precedente incontro del 2008, quando insieme ai parenti dell’abate Marcone ed altri, fu accolto a Montevergine dallo stesso Padre abate Riccardo Luca Guariglia, da padre Andrea Davide Cardin e dal compianto Placido Tropeano, insieme al personale della Biblioteca Statale di Montevergine, per prendere i primi contatti con il luogo nel quale era vissuto l’abate Marcone. Seguì un importante convegno che ebbe la sua conclusione con l’intitolazione di una piazza del paese di San Pietro Infine al religioso. Essendo mancato in quell’occasione l’aspetto relativo alla genealogia della famiglia, il presidente ha dedicato a tale argomento il suo intervento, che si è avvalso delle notizie provenienti dall’archivio parrocchiale e dall’ufficio anagrafe del comune. La dott.ssa Anna Battaglia si è soffermata infine sul contenuto degli altri due manoscritti presentati nel volume; il primo relativo a Montevergine (foto), in quanto abbazia e diocesi, ed il secondo sulle Suore Benedettine della Madonna di Montevergine (foto) che espongono tutte le riflessioni ed i progetti del Padre Abate Marcone sugli argomenti, entrambi composti a Zagabria, nel 1943 e nel 1944.  Folto ed interessato il pubblico presente all’evento; molti i rappresentanti della famiglia Marcone convenuti insieme a monsignor Lucio Marandola ed esponenti della famiglia Masucci. C’è stata la partecipazione di Sua Eccellenza, il Padre abate dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, Michele Petruzzelli. Ha moderato Annibale Discepolo, giornalista de «Il Mattino».  La Biblioteca Statale di Montevergine, come sempre, anche in tale occasione, ha svolto appieno il suo ruolo culturale di diffusione del sapere e di promozione e valorizzazione del suo patrimonio identitario.

Di seguito la relazione di Maurizio Zambardi, presidente Associazione "Ad Flexum"

Buongiorno a tutti. Porgo un caloroso saluto a tutti a nome mio personale e di tutti i soci dell’Associazione culturale “Ad Flexum”, che mi onoro di presiedere. Un incontro importante, questo della presentazione del volume sui manoscritti inediti dell’Abate Giuseppe Ramiro Marcone, curato da padre Andrea Davide Cardin e della dr.ssa Anna Battaglia, che ci permetterà di conoscere altri aspetti e altre notizie su questo illustre personaggio, di cui noi sampietresi siamo onorati di vantarne le origini. Consentitemi ora di ringraziare padre Abate Riccardo Luca Guariglia, padre Andrea Davide Cardin, e la dottoressa Anna Battaglia per avermi gratificato inserendomi come relatore in questo importante incontro culturale. Conobbi padre Abate Riccardo Luca Guariglia, padre Andrea Davide Cardin, la dr.ssa Battaglia, ed anche il compianto Don Placido Tropeano, all’epoca Direttore della Biblioteca di Montevergine, il 25 febbraio 2008 (foto), quando, insieme al parroco di San Pietro Infine, monsignor Lucio Marandola, Federico Marcone, pronipote dell’Abate Marcone, e Aldo Zito (tutti facente parte, insieme a Giuseppe Morgillo e a Giovanni Pagano, del gruppo di lavoro, formato nell’ambito dell’Associazione culturale “Ad Flexum”, creato per organizzare un Convegno sull’Abate Marcone), venimmo sia presso questo imponente Palazzo Abaziale di Loreto che presso la meravigliosa Abbazia di Montevergine, per prendere i primi contatti con i luoghi dove aveva vissuto e operato l’Abate Marcone e per reperire materiale bibliografico e notizie varie su questo illustre nostro concittadino. Ricordo che ricevemmo in quell’occasione, sia in questo Palazzo Abaziale che su in Abbazia, una accoglienza calorosissima da parte di tutti, fummo anche invitati a rimanere a pranzo, cosa che ci onorò molto. L’importante Convegno si svolse il 5 settembre 2009 (foto), nella chiesa di San Nicola Vescovo e San Michele Arcangelo di San Pietro Infine, la memorabile giornata ebbe la sua degna conclusione con la doverosa intitolazione di una Piazza del paese all’Abate Giuseppe Ramiro Marcone, con solenne benedizione di padre Andrea Davide Cardin (foto). Per l’occasione fu realizzato anche un pregiato bassorilievo in bronzo dell’Abate dall’artista Rosario Parisi (foto), che fu apposto su una lapide celebrativa. Durante il convegno, a cui partecipò come relatore anche padre Andrea Davide Cardin, e altri importanti studiosi, la figura dell’Abate Marcone fu illustrata nelle sue molteplici sfaccettature e angolazioni e, in seguito, tutti gli interventi furono riportati in una pubblicazione contenente gli Atti del Convegno. Quella volta mancò, però, un aspetto e cioè quello relativo alla famiglia Marcone, quindi ho pensato che questa di oggi è una buona occasione per parlarne, sia pur brevemente, anche se negli Atti del convegno del 2009 fu inserita parte della presente ricerca.
Prima, però, volevo riferire su una notizia che direi appartiene oramai alla storia del nostro paese, una notizia raccolta tra gli anziani di San Pietro Infine, e cioè di quando fu organizzata, nel dopoguerra, la prima visita dei sampietresi all’Abate Marcone e all’Abbazia di Montevergine. L’evento di cui sto parlando si svolse nel mese di settembre del 1950. Molti furono i partecipanti, 96 in tutto, distribuiti su due pullman. Alla gita parteciparono anche mio padre Antonio, che all’epoca aveva 19 anni, e mia nonna Marianna Pirollo, che faceva parte anche del gruppo degli organizzatori della visita. In merito a tale evento mio padre mi ha riferito un episodio che riporto volentieri, anche per sottolineare la tempra, la tenacia e la fede delle donne di una volta. Mio padre e sua madre capitarono, purtroppo, su pullman diversi. Arrivati a Mercogliano il pullman su cui si trovava mio padre riuscì a salire fin su l’Abbazia di Montevergine, invece quello dove vi era mia nonna si fermò al paese di Ospedaletto D’Alpinolo (al momento non si conosce quale sia stato il motivo per cui il pullman non proseguì fin sopra l’abbazia), e il gruppo di visitatori dovette scendere dal pullman e proseguire a piedi inerpicandosi sulla vecchia e ripida mulattiera che conduceva all’Abbazia. Anche mia nonna Marianna che aveva con sé, oltre alla sua borsa, anche una tanica metallica contenente dieci litri di olio, prodotti dalla sua famiglia, portati in regalo all’abate Marcone, che era suo cugino di secondo grado, fu costretta a proseguire a piedi. Si caricò il pesante fardello sulla testa, sistemandolo in equilibrio con l’aiuto di una ciambella di stoffa, che interpose tra la testa e la pesante tanica contenete l’olio. La ruota-ciambella fu ricavata, come si usava una volta, arrotolando un grosso fazzoletto, chiamato in dialetto locale “maccaturo”. Si fece aiutare, da altre donne della comitiva, a riporre la tanica sulla testa, e, dopo essersi fatta il segno della croce, si incamminò per la ripida mulattiera. Durante quella che fu una vera e propria “scalata del Monte Partenio” fu costretta a fermarsi più volte, a causa del peso trasportato e dell’erta, ma, dopo aver superato oltre 500 metri di dislivello, arrivò a destinazione. Era stremata e dolorante per lo sforzo compiuto, ma era anche fiera di aver portato a termine la sua missione, e motivò l’impresa come un segno mandato dalla Madonna di Montevergine, insomma una sorta di prova penitenza impostale per l’espiazione di eventuali peccati commessi. Mio padre, purtroppo, non sapeva che il pullman dove si trovava la madre si era fermato al paese di Ospedaletto (all’epoca non c’erano i telefonini cellulari) per cui non poté portarle aiuto, se non quando la vide arrivare a destinazione. Di quel giorno i partecipanti ricordano in modo unanime la bellissima e calorosa accoglienza che l’Abate Marcone fece a tutti loro. Memorabile fu il suo discorso di benvenuto ai sampietresi, suoi concittadini, e, dopo la Messa, non esitò a ospitare tutti a pranzo, inoltre mise a disposizione due monaci del monastero affinché potessero accompagnare i graditi ospiti nella visita di tutta l’abbazia.
Ora passo al mio intervento più specifico. Come già detto il mio contributo di questa mattina riguarda la famiglia dell’Abate Marcone e per parlarne mi avvarrò anche dell’aiuto di un grafico riportante la mia ricerca genealogica (foto). Ringraziamo a tal proposi­to, per le notizie fornite, la famiglia Marcone e in particolare Federico, pronipote dell’Abate, l’Ufficio Anagrafe del Comune di San Pietro Infine e Monsignor Lucio Marandola, per la consultazione dell’archivio parrocchiale. Inoltre ringrazio anche alcuni anziani sampietresi che mi hanno fornito notizie a riguardo, attinte direttamente dai loro ricordi personali. Il 25 aprile del 1854, il quarantasettenne contadino Giovanni Marcone, figlio di Arcangiolo e di Cecilia Antonelli, di Rocca D’Evandro, convolò a nozze con la ventisettenne Antonia Anna Pirollo, del vicino paese di San Pietro Infine, chiamata da tutti Antonietta, una dei 12 figli della numerosa famiglia di Gaetano Pirollo, che di mestiere faceva il “fuochista”, cioè il pirotecnico, di origine di Vallerotonda (un paese che attualmente in provincia di Frosinone) ma residente a San Pietro Infine dopo che ebbe sposato la sampietrese Rachele Pagano. Dopo il matrimonio Giovanni Marcone e Antonietta Pirollo andarono a vivere a Rocca D’Evandro nella casa paterna di Giovanni, sita in località Colli, lasciatagli in eredità dai genitori, passati a miglior vita prima che i due si sposassero. La loro unione fu ben presto allietata, il 14 luglio 1855, dalla nascita di un bel bambino a cui venne dato il nome di Arcangiolo. Il bambino era di corporatura sana e robusta per cui era la gioia della piccola famiglia. Purtroppo, a circa due anni dal matrimonio, precisamente il 22 maggio del 1856, Giovanni morì nella sua casa, a soli 49 anni. A seguito della morte del marito, Antonietta decise allora di trasferirsi a vivere con il figlio Arcangiolo a San Pietro Infine, dove sapeva di poter contare sull’aiuto dei suoi genitori e dei suoi numerosi fratelli e sorelle. Qui il piccolo Arcangiolo crebbe circondato dall’affetto degli zii materni, dei cugini e dei coetanei del paese. Divenuto giovinetto, su consiglio della madre e degli zii, iniziò a lavorare presso una bottega di un calzolaio del paese e ben presto divenne padrone del mestiere e aprì una propria bottega di calzolaio. Poi, un giorno, incontrò Filomena Nardelli, figlia di Angelo e di Antonia Masella, due onesti contadini di San Pietro, e se ne innamorò, e nel 1880, lui venticinquenne, lei ventiseienne, si unirono in matrimonio e se ne andarono a vivere in una piccola casa sita al numero 2 bis di Via San­t’Angelo, posta a poca distanza da quella materna, che affacciava su Piazza Municipio. La loro unione venne ben pre­sto allietata dalla nascita del primogenito a cui venne dato il nome di Giovanni, come il nonno paterno, ma, purtroppo, solo dopo un mese il piccolo Giovanni morì. La giovane coppia, comunque, non si scoraggiò e cosi un anno dopo, il 15 marzo del 1882, la piccola famiglia fu nuovamente allietata dalla nascita del loro secondo figlio a cui ve­nne dato il nome di Giuseppe, che fu battesimo nella chiesa di San Michele Arcangelo (foto). Giuseppe era un ragazzo vispo e molto intelligente e desideroso di apprendere, tanto che la famiglia decise di fargli conti­nuare gli studi, che, come sappiamo, avranno esiti oltre il pensabile. In­fatti Giuseppe diverrà Abate di Montevergine e avrà rapporti con le più alte personalità del campo religioso e civile. Come è possibile apprendere anche dalla sua biografia scritta da un eccellente studioso, il compianto Don Giovanni Mongelli. A circa due anni dalla nascita di Giu­seppe nacque un altro maschietto a cui venne nuovamente dato il nome di Giovanni. Di lui si sa che emigrò negli Stati Uniti, nel New Jersey, e che non si è mai sposato, ma altro non si è più saputo al suo paese d’origine. Il 28 maggio del 1888 nacque poi una bambina a cui venne dato il nome di Antonia, ma, sfortunatamente, il 20 settembre 1889, a soli quindici mesi, morì (a quei tempi la mortalità infantile era molto alta). Dopo circa un anno, il 4 agosto 1890, nacque un’altra bambina a cui venne riproposto lo stesso nome di Antonia. Di lei si sa che a 24 anni, e precisamente il 20 agosto 1914, sposò Edoardo Cenci, di Anto­nio. I due si trasferirono in America ed ebbero quattro figli, Filomena, Armando, Concetta, e Antonia. Poi in età avanzata Antonia, il marito e Filomena tornarono al paese e andarono ad abitare in Piazza Medaglia d’Oro, nel nuovo centro di San Pietro Infine. Alla morte di Antonia il marito e la figlia lasciarono nuovamente il paese. L’11 aprile del 1893 Arcangiolo e Antonietta ebbero un altro maschietto a cui dettero il nome di Luigi e che purtroppo rimase in vita solo cinque mesi. Poi, il 13 novembre 1894, nacque l’ultimo figlio a cui venne dato il nome di Federico. Quest’ultimo tra­scorse l’infanzia a San Pietro Infine, compì gli studi a Montecassino, e sposò Olga Emilia Di Raddo. La giovane coppia andò a vivere in una nuova casa più confortevole, sita lungo la carrabile denominata Via San Leonardo, strada che in epoca fascista prese il nome di Via Roma, sita ad est del centro abitato. Federico divenne segretario comunale, mansione che svolge in un primo tempo a San Pietro Infine e poi a Riardo, ma anche a Francolise e a Pietravairano, in Provincia di Caserta, dove si stabilì definitivamente con la propria famiglia agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso. Federico fu un uomo molto stimato e apprezzato, non solo a San Pietro Infine e nei comuni dove aveva lavorato, ma in tutta la re­gione e anche oltre. Federico e Olga Emilia ebbero sei figli: Arcangelo, Assunta, Carmela, Giuseppe, Antonietta e Benedetta. Figli che si sono distinti nei vari campi e sono stati sempre stimati da chi ha avuto la fortuna di averli conosciuti personalmente. Ar­cangelo, il primogenito, ebbe modo di studiare a Montevergine sotto la ferrea guida dello zio Abate, ed ebbe anche il privilegio di essere cresi­mato dal Principe Umberto di Savoia. Divenne poi un affermato Giudice di Cassazione. A lui il comune di Pietravairano, luogo della sua infanzia, ha intitolato, qualche anno fa, una piazza del paese. Attualmente dei figli di Fede­rico l’unica vivente è Carmela.
Ed ora, in chiusura del mio intervento, per completezza della ricerca genealogia fatta da me dirò anche che: da Ar­cangelo sono nati Federico e Mariacristina, da Assunta sono nati Alfre­do e Massimo, da Carmela sono nati Beatrice e Francesco, da Giuseppe sono nati Paola e Claudio, da Antonietta è nata Lucia e da Benedetta sono nati Antonella, Andrea e Sergio, tutti apprezzati e stimati professionisti nei vari campi del sapere umano.