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Allegazioni forensi o allegazioni giuridiche?

(di Giuseppe Macchia)

Liborio Romano1Da poco abbiamo terminato la catalogazione di 32 volumi miscellanei di Allegazioni forensi di Liborio Romano (precisamente 1418 allegazioni), pubblicate dal 1830 al 1859. Dal registro d’ingresso della Biblioteca i volumi risultano acquistati nell’ottobre del 1986 presso la libreria Vincenzo Berisio di Napoli, allora situata in via Medina, dal lungimirante e compianto direttore Padre Placido Tropeano. Ci siamo subito resi conto dalle notizie bibliografiche di Allegazioni presenti in SBN, in numero esiguo rispetto a quelle che Liborio Romano scrisse, che i volumi in nostro possesso erano preziosissimi per studiosi e ricercatori; attraverso il Rendiconto Politico di Liborio Romano, opera pubblicata postuma solo nel 1960, apprendiamo che si trattava di «quaranta  grossi volumi ...», testimonianza del suo vasto lavoro giuridico, nei quali aveva fatto rilegare insieme le sue allegazioni e quelle del fratello, come diremo più avanti, per uso personale e degli avvocati del suo nutrito studio. Probabilmente quest’opera monumentale agevolò Liborio nell’ottenere la nomina, con decreto del 30 dicembre 1860, a Consigliere di Cassazione; carica che doveva essere il coronamento di una vita professionale intensissima, ma alla quale Liborio rinunciò a causa proprio del decreto, che a suo giudizio ne avrebbe offeso la dignità.

La catalogazione delle allegazioni ci ha consentito di valorizzare un patrimonio fondamentale per comprendere l’attività giuridica di uno dei personaggi più dibattuti del Risorgimento meridionale, “Don Liborio Romano”. Il lavoro della Biblioteca Statale di Montevergine si aggiunge all’altrettanto prezioso lavoro del Dott. Francesco Accogli, che nel 2018 ha pubblicato il volume Liborio e Giuseppe Romano. La nascita dello Stato italiano e la difesa del Mezzogiorno, nel quale ai numerosissimi atti parlamentari e al carteggio dei due fratelli, si affianca l’elenco di una parte delle allegazioni forensi di Liborio, raccolte in alcuni volumi in possesso di Alessandra Romano, figlia di Gaetano, nipote di Liborio Romano. In ragione delle potenzialità a fini di studio che il ritrovamento delle allegazioni di Liborio avrebbe costituito, alcuni docenti di diritto si sono recentemente offerti di assegnare ai loro studenti tesi di laurea sull’argomento. Oggi è possibile, attraverso la valorizzazione e la condivisione di queste nostre notizie in SBN, avere una conoscenza più precisa, se non completa ed esaustiva, delle allegazioni forensi di Liborio Romano. Va inoltre segnalato che due dei volumi presenti a Montevergine contengono allegazioni redatte da Giuseppe Romano negli anni 1853-1854. Analizzare le Allegazioni forensi di Liborio Romano significa prendere coscienza della sua attività giuridica, far chiarezza sul personaggio Liborio, conoscere meglio la storia del Mezzogiorno, valorizzare il territorio da cui il giurista e politico proveniva; per bibliotecari  e studiosi si tratta di una conferma ulteriore delle potenzialità del condividere le informazioni sul web.

Nato a Patù (Lecce) nel 1793, da un'antica famiglia di giuristi stabilitasi nel Salento fin dal Seicento, Liborio Romano studiò giurisprudenza all’Università di  Napoli, dove si laureò nel 1819 e dove ottenne poi la cattedra di diritto civile a soli 25 anni. Liberale, affiliato alla Carboneria e sostenitore di idee costituzionali fu arrestato più volte, sottoposto al carcere duro e costantemente controllato dalla polizia borbonica. L’avvocatura rimase comunque l’attività principale della sua vita. Dotato di una vastissima cultura giuridica, che spaziava dalla profonda conoscenza del diritto romano alla modernità del Codice Napoleonico, e di un’abilità eccellente nelle relazioni politiche e sociali, diede vita, presso la sua residenza in via Monteoliveto, ad uno studio legale tra i più importanti del Regno, con un consistente gruppo di collaboratori, praticanti, associati. Sono più di 120 gli avvocati da noi censiti, in trenta anni di attività, che assieme a Liborio e al fratello Giuseppe, appongono la propria firma in fondo alle Allegazioni forensi. Oltre ai fratelli Giuseppe e Gaetano, molti compaesani e anche futuri dirigenti di primo piano del movimento unitario, sia della sinistra, come Giuseppe Libertini, sia della destra, come Giuseppe Pisanelli, (che avrà fama politica e giuridica a differenza di Liborio), entrarono nel suo studio. Considerato il principe del foro napoletano, il più importante d'Italia, Liborio era estremamente meticoloso, quasi maniacale nella stesura delle sue allegazioni, tanto che le riscriveva più volte finché non ne fosse soddisfatto.

Le prime allegazioni stampate, dal 1830 al 1835, circa un centinaio, sono edite  “da' tipi di Ruberto e Lotti";  oltre 460 sono prive di editore e catalogate come [s.n., sine nomine],  infine oltre 440 Allegazioni sono state edite da Borel e Bompard, e dalla scheda redatta da Alberto Sepe in Teseo : tipografi e editori scolastico-educativi dell'Ottocento apprendiamo che l’editore è attivo a Napoli dall’inizio dell’Ottocento fino alla metà del secolo (noi segnaliamo almeno fino al 1851, stando alle pubblicazioni in nostro possesso). L’attività viene fondata dal libraio Baldassarre Borel e poco prima del 1840 inizia il connubio con Carlo Bompard. Gli editori Borel e poi Borel e Bompard, si specializzano nei seguenti settori: filosofia, storia, grammatica, latino, letteratura italiana, narrativa, matematica, periodici, libri scolastici e universitari, e, possiamo aggiungere attraverso i repertori in possesso della nostra Biblioteca, giurisprudenza. Dalle “memorie giuridiche” di Don Liborio Romano e Giuseppe Romano, apprendiamo che sono stati i difensori delle più importanti famiglie, comuni ed enti dell’epoca; tra queste allegazioni forensi ci ha colpito la difesa assunta da Liborio e Giuseppe Romano dei signori Close e Compagni contra Degas padre e figli, causa protrattasi dal 1841 al 1850 (così risulta dalle allegazioni in nostro possesso), nel Tribunale di Commercio e nelle varie Camere della Corte Civile di Napoli. Nei fatti preliminari della causa si legge: «Fra i signori principe di Torella, Ilario Degas, Giovan Francesco La Marchand, Pasquale de Pompeo, e Raimondo Monier formossi una società in commandita, di cui l’unico e principale oggetto doveva essere la coltivazione, ed il commercio in commissione della rubbia tintoria. La durata ne fu stabilita ad anni 6, a contare dal 1 settembre 1835…».

L’Ilario Degas della causa non era altro che René Hilaire Degas (1770-1858), nonno del pittore Edgar, fondatore a Napoli di una fiorente banca e ora, grazie alle Allegazioni forensi di Liborio Romano, apprendiamo che era anche socio di una ditta specializzata nella coltivazione e il commercio della robbia tintoria. Fin dall’antichità la robbia, o meglio le sue radici, ha costituito la principale fonte di colorazione rossa (con una straordinaria gamma di tonalità, dal rosa al porpora a seconda del mordente utilizzato), sia per tintori che per artisti; la pianta, importata in Europa dall'Asia nel corso del XII secolo fu coltivata e utilizzata fino a quando l'individuazione del principio colorante, che è un composto antracenico, di nome alizarina, e la sua produzione sintetica nel 1868 ad opera dei chimici tedeschi Groebe e Liebermann, ne determinò un rapido declino. È la ricchezza di Hilaire a garantire al nipote Edgar quell’indipendenza economica che lo pone al riparo delle ristrettezze che tanto hanno afflitto alcuni dei suoi amici e colleghi Impressionisti. La famiglia Degas si era trasferita nel capoluogo partenopeo durante gli anni della Rivoluzione Francese, ed il padre del pittore Edgar, August Degas, era nato a Napoli. Edgar ben presto, dopo gli studi liceali, intraprende un viaggio di formazione, ma anche di riscoperta sentimentale, in Italia. Soggiorna diverse volte tra il 1856 e il 1860 a Napoli e Firenze per ricongiungersi con i familiari. Sono i maestri italiani del Rinascimento, prima copiati al Louvre e ora contemplati da vicino, ad elettrizzarlo e a formarlo. Fondamentale in questo senso è anche l’incontro e l’amicizia stretta a Roma con Gustave Moreau, mentre il suo influsso sarà fondamentale per pittori italiani, quali De Nittis e Zandomeneghi, che grazie a Degas parteciperanno a diverse mostre degli Impressionisti. A Napoli Degas giunge una prima volta nel 1856, e risiede con il nonno, gli zii e i cugini presso la dimora di Palazzo Pignatelli di Monteleone, nei pressi della Chiesa del Gesù Nuovo. Vi ritornerà successivamente nell’estate del 1857 e nella primavera del 1860. Straordinario è il ritratto che Edgar fa al nonno Hilaire, (l'Ilario delle Allegazioni), proprio a Napoli in questo periodo e oggi conservato al Musée d’Orsay. L’ottantenne patriarca siede sul divano col bastone d’avorio in grembo, simbolo di quell’autorità di capofamiglia che ben emerge dallo sguardo penetrante rivolto verso lo spettatore. Magistrale la stesura pittorica sulla scorta dei maestri Rinascimentali. Molto belli sono anche una serie di schizzi della città di Napoli facenti parte di un taccuino che Degas utilizzò per due anni dal 1860 al 1862 e oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia; ed è probabilmente quello che il pittore utilizza per realizzare una veduta di memoria di Castel Sant'Elmo di Napoli, oggi conservata al Fitzwilliam Museum di Cambridge.
Il Close difeso da Liborio Romano e coinvolto in circa 125 cause, era il sir Close prescelto dal governo britannico per difendere gli interessi del Regno Unito, che si era stato visto sottrarre il monopolio del commercio degli zolfi siciliani da Ferdinando II di Borbone.
In fine, dal punto di vista squisitamente bibliotecario, non pochi sono stati i problemi e quesiti a cui abbiamo dovuto rispondere nel catalogare le Allegazioni forensi. Innanzitutto le migliaia di memorie giuridiche riportavano in fondo al documento il nome di uno o più avvocati, per un massimo di quattro, e anche se quello di Liborio Romano non era il primo della lista (risultava come coautore), gli abbiamo assegnato la paternità del documento, decisione presa poiché queste memorie giuridiche sono rilegate in volumi sul cui dorso c’è impresso: Romano, Allegazioni forensi e l’anno di pubblicazione (con cui abbiamo creato un legame di un titolo di natura D), così come sulla pagina che precede il primo frontespizio di ogni volume: Allegazioni forensi di Liborio Romano. Non semplice è stata la soggettazione di questi opuscoli, dato che in SBN il soggetto “Allegazioni forensi" non esisteva; in attesa di una valutazione del responsabile del Soggettario della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, abbiamo creato la voce nel Thesauro, che sarà visibile nell’OPAC del Polo napoletano. Sarà nostra cura e obiettivo organizzare al più presto una giornata di studi e invitare presso la Biblioteca Statale di Montevergine studiosi di Liborio Romano e della sua attività giuridica, e docenti di storia del diritto, per coinvolgere studenti e laureandi delle materie giuridiche, ma anche per focalizzare l’attenzione di un pubblico più ampio sulla storia della questione meridionale, oggi più che mai attuale.

Il ritratto di Liborio Romano che pubblichiamo è tratto dal volume Liborio e Giuseppe Romano inviatoci in dono dall'autore Francesco Accogli, che qui sentitamente ringraziamo

Una condanna a morte, risse tra uomini di Summonte e del Casale di Montevergine, tratta di schiavi ... Quadri di vita quotidiana nelle pergamene di Montevergine

(di Domenico D. De Falco)

Gli storici verginiani (di cui l’ultimo in ordine di tempo è stato padre Placido Mario Tropeano, già direttore della Biblioteca di Montevergine, scomparso nel 2008) sono unanimemente concordi nell’attribuire alla Congregazione di Montevergine un ruolo centrale nella ricostruzione della storia religiosa e civile di una vasta area prossima al famoso Santuario mariano, ma anche di quelle zone più remote, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia…, fin dove cioè si estese «l’opera civilizzatrice» (come usava ripetere padre Placido) dei monaci benedettini.

Tale tesi, ormai ampiamente consolidata nella storiografia locale, si fonda soprattutto sulla ricca documentazione conservata nel piccolo archivio annesso alla Biblioteca di Montevergine, costituita da pergamene e fogli sciolti: queste “carte” offrono uno spaccato esaustivo della vita che si svolgeva all’interno della comunità monastica e nei paesi con cui si intrattenevano contatti frequenti e profondi, e sono pertanto un documento di grande importanza.

In un lavoro di trascrizione dei regesti delle pergamene di Montevergine in questo sito, avviato da qualche mese ed ora in via di completamento (qui la pagina dei Regesti), la nostra attenzione è stata attirata da alcune questioni in esse trattate che ben rappresentano il loro potenziale documentario. Riportiamo di seguito, in ordine cronologico, alcuni di questi regesti particolarmente significativi e anche “curiosi”; si tratta, evidentemente, di una scelta arbitraria e parziale, offerta alla riflessione dei lettori solo a mo’ di esemplificazione di quanto abbiamo scritto in epigrafe.

Sul primo rigo di ogni regesto c’è il numero cronologico della pergamena seguito dal riferimento all’anno indizionale e, eventualmente, al re, all’imperatore e/o al papa in carica; ai righi successivi il luogo in cui il documento fu rogato e il nome di notai e giudici. In fine, la questione trattata.

Suspendi per gulam: una condanna a morte

3490.
1351, marzo 12, ind. IV - Ludovico re a. 3, Giovanna regina a. 9
Arienzo
Pietro Carbone, di Arienzo, pubbl. not.
Bartolomeo de Stadio, giudice di Arienzo
Giovanni di don Amico de Laudisio, di Arpaia, per i molti suoi delitti condannato alla forca dalla Corte («suspendi per gulam»), prima che si eseguisca la sentenza capitale, stabilisce molti legati a vantaggio dell'anima sua (XIV, 168)

Risse tra uomini di Summonte e del Casale di Montevergine: si giura sul Vangelo

3493.
1351, agosto 20, ind. IV - Ludovico re a. 3, Giovanna regina a. 9
Summote («apud castrum submontis»)
Raone de Raone, di Mercogliano pubbl. not.
Riccardo Mainardo, giudice annuale di Summonte
Essendo sorte gravissime discordie tra gli uomini di Summonte e quelli del Casale di M.V., Cicco de Tollentino, signore di Summonte, conviene con Pietro Anselone, «dei apostolice sedis gratia» ab. di M.V., per trattar la pace, e per mezzo di Meulo de Postaro, baiulo del castello di Summonte, si stabiliscono i seguenti capitoli: 1°. che uno non offenda l'altro né nelle persone né nei beni, in nessun modo; 2°. in particolare che certi gruppi di persone dell'una e dell'altra parte non si offendano a vicenda. E questo viene corroborato con giuramento sul Vangelo (CXIII, 79)

Magnanimità di regine e re

3526.
1353, agosto 32, ind. VI - Ludovico re a. 6, Giovanna regina a. 11
Napoli
Il re Ludovico e la regina Giovanna, dopo aver riferito che le terre di Mercogliano e del Casale di M.V. erano state quasi distrutte dalle guerre e dai malviventi, dietro richiesta del monastero di M.V., avuto riguardo all'attuale loro miseria, ordinando che alla Regia Corte paghino solo un terzo della contribuzione delle collette (IX, 73)

Tratta di schiavi

3729.
1374, gennaio 11, ind. XII - Giovanna regina a. 31
Napoli
Antonio de Spene, di Napoli, pubbl. not.
Cubello de Turri, di Napoli, giudice
Cardello Areyura, di Napoli, vende a Fuccillo Boccamusto, pure di Napoli, quattro schiavi («mancipia quatuor de genere tartarorum orta»), per il prezzo di 75 fiorini d'oro (XC, 291)

Il rapimento del maestro Nicola

3804.
1381, settembre 19, ind. V (in: 1384, marzo 13, ind. VII - Carlo III re a. 3)
Napoli
Carlo Russo, «miles», maestro giustiziere del Regno di Sicilia, notifica al not. Martuccio de Tellis, di Napoli, pubbl. not. quanto segue. Mentre il maestro fisico Nicola de Furno, di Napoli, abitante in Maddaloni, nel presente mese di settembre si recava alla città di Napoli, insieme coi sindaci ordinati dall'Università di Maddaloni per portarsi ai piedi della Maestà regia, alcuni uomini della terra di Maddaloni, e cioè, Giovannotto Squillano con alcuni complici, mossi da spirito maligno, presero il suddetto maestro Nicola vicino alla chiesa di S. Antonio, presso la città di Napoli, e lo condussero di notte in un certo ospizio, nella piazza «Corrigiariorum» in Napoli, che appartiene agli eredi del q. Peregrino, e ivi lo tennero per 15 giorni e non lo liberarono finché non fece alla presenza del not. Martuccio la vendita di un «segio», nella terra di Maddaloni, e di un pezzo di terra di 6 moggi non molto lontano dalla chiesa di S. Leonardo, pure in Maddaloni, per 80 fiorini d'oro, come si trova nei protocolli che si dicono trovarsi presso lo stesso notaio. Data la violenza subita dal venditore, si ordina la distruzione di quei protocolli, i modo che in seguito non se ne possa riassumere pubblico strumento (in LI, 121)

Tempi certi della giustizia

5881.
1642, luglio 7, ind. X - Urbano Pp. VIII a. 19
Roma
Pietro Franciscone, di Todi, pubbl. not. apostolico
Sentenza della S. Romana Rota favorevole a S. Guglielmo del Goleto nella causa contro Ercole Rangone, vesc. di Sant'Angelo dei Lombardi, che si opponeva alla giurisdizione spirituale esercitata dai monaci, mosso dal falso pretesto che quella abbazia era nel territorio della sua diocesi. Dietro supplica presentata alla S. Sede da parte di quel monastero, il Sommo Pontefice nel marzo 1633 affidò la causa a Benedetto Ubaldi, il quale fece solo alcuni atti in merito alla causa, senza giungere alla conclusione, essendo stato non molto tempo dopo creato cardinale; affidata perciò la causa a Filippo Pirovano nell'ottobre 1634, si fecero con costui «quam plures alios ulteriores actus, et terminos iudiciales, etc.». Il 6 marzo 1637 si venne alla seguente importantissima dichiarazione che l'abbazia di S. Guglielmo era «extra fines dioecesis Sancti Angeli et ab omni subiectione liberam». Nel giugno seguente si ebbe la sentenza definitiva sulla completa esenzione di S. Guglielmo dal vesc. di Sant'Angelo. Ma il vesc. di Sant'Angelo appella al Sommo Pontefice contro questa sentenza rotale, e allora il Papa, accogliendo l'appello, affida a un'altra commissione la causa in seconda istanza. Si ebbe un primo parere unanimemente favorevole della S. Rota, il 10 febbraio 1640, per la conferma della sentenza del 6 marzo 1637: un secondo parere unanime della S. Rota per la conferma di quella sentenza si ebbe il primo giugno 1640. Ma, essendo venute le «feriae generales» indette dal Papa, fu istituita un'altra commissione «feriarum derogatoriae». Si ebbe così il 31 agosto 1640 la seconda sentenza favorevole a M.V.  Avendo poi il vesc. di Sant'Angelo chiesto la remissoria, con sentenza del 26 aprile 1641 si rispose «remissoriam non esse dandam». Così il 1° luglio 1641 fu confermata la duplice sentenza favorevole a S. Guglielmo. Il 14 marzo 1642, venerdì, vi fu ancora una conferma da parte della S. Rota. Finalmente il 7 luglio 1642 fu ordinata la spedizione della senza (Opusc. cc. nn. 30)