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Ce la cantiamo e ce la suoniamo... La giornata di un bibliotecario

(di Domenico D. De Falco)

Così come sono ora, a che cosa servono le biblioteche? A furia di sentirmelo ripetere da più parti, da più persone in diversi contesti, mi vengono tanti dubbi. E benché apprezzi il senso del noto adagio pseudo-cartesiano dubito, ergo sum (pronunciato da un Pippo più svagato del solito in un albo di «Topolino» letto anni fa), comunque qualche ansia mi viene. A mo’ di memento allora forse sarà utile annotare - non solo per me -  qual è la giornata lavorativa tipica di un bibliotecario, non un direttore di biblioteca ma un semplice bibliotecario anziano (d’età e di servizio); in maniera quasi rozza, senza dunque inserire alcuna variabile, del tipo che biblioteca è, quale specializzazione ha il bibliotecario di cui descriverò la giornata, se svolge o no servizio al pubblico… [Utilizzo, qui e in seguito, la formula al maschile (“il” bibliotecario, “il” collega…) senza alcuna specifica connotazione di genere].

Questo resoconto potrà forse offrire motivo di riflessione anche in favore di un amico della Biblioteca di Montevergine - di cui egli ben conosce l’organizzazione e la professionalità di chi vi lavora - che recentemente, riferendosi alla vita quotidiana della biblioteca e alludendo all’emorragia di utenti che purtroppo è cosa nota, ha utilizzato la seguente esplicita formula dal significato inequivocabile: “insomma, ve la cantate e ve la suonate”.

La giornata lavorativa del nostro bibliotecario tre giorni a settimana si conclude alle 14, altri due giorni alle 17.30; il sabato la biblioteca è chiusa al pubblico. Diversi anni fa era aperta tutte le mattine, sabato compreso, ma non si lavorava di pomeriggio; il sabato si registrava la maggior affluenza di utenti, più che doppia rispetto al periodo lunedì-venerdì.

La mattina è già operativo dalle 7.45. Assiste spesso alle operazioni di apertura della biblioteca, molto semplici per la verità, benché siano rispettati standard anche complessi di sicurezza. È a sua volta assegnatario di una copia delle chiavi della biblioteca, dunque all’occorrenza può aprire, ciò che pure ha fatto a lungo in un passato recente.

Subito dopo prende possesso della sua postazione di lavoro, una stanza molto grande, zona di passaggio per accedere ad altre sale, in cui sono collocati poco meno di 6000 volumi, tra piano terra e ballatoio. Addossato ad una delle finestre della sala, c’è un enorme tavolo ingombro di due computer (uno dei quali è un notebook personale, in surplus rispetto alla dotazione casalinga e dunque utilizzato stabilmente al lavoro), materiale vario (manuali di catalogazione, di cancelleria) e naturalmente libri. L’occupazione principale è la catalogazione della sala in cui si trova e, in prospettiva, di tutto il piano che ospita complessivamente circa 30.000 volumi (compresi i 6.000 della sala in cui lavora).

Ai servizi all’utenza - accoglienza e registrazione, assistenza alla ricerca bibliografica e archivistica, fotocopie, prestito locale e interbibliotecario - che si svolgono al piano terra, il nostro bibliotecario partecipa all’occorrenza e al bisogno.

Se ha la fortuna di avere con sé uno o più giovani colleghi, organizza il lavoro in maniera da coinvolgerli attivamente nella verifica puntuale delle collocazioni dei volumi, fornendo loro tutto il supporto e l’aiuto di cui è capace, intrattenendosi più compiutamente su questioni articolate e complesse, facendo continuamente riferimento alle norme, cercando di trasmettere le sue conoscenze, in vista del suo ormai prossimo pensionamento.

I bravi giovani colleghi sono esperti di catalogazione del tipo di materiale moderno, non escluso un fondo di spartiti musicali, la cui catalogazione sistematica, conclusasi di recente, produrrà anche un catalogo a stampa. Per diversi mesi il nostro bibliotecario, che ha coordinato il lavoro su questo fondo musicale, ha cercato - forse trovandolo - uno sponsor per la stampa del catalogo, iniziando contemporaneamente a lavorare al file destinato alla tipografia, gestendo dunque le varie fasi quale la redazione, da parte dei colleghi, di vari saggi che saranno inseriti nel catalogo, redigendo il catalogo vero e proprio nel rispetto delle esigenze tipografiche, nonché i diversi indici a corredo.

Per il materiale antico occorre intrattenersi più a lungo, per la complessità stessa delle fasi della catalogazione. Inoltre, il lavoro sui libri antichi (come ben sa chi se ne occupa) richiede dei controlli approfonditi; non passa giorno senza che non si debba telefonare o scrivere messaggi di posta elettronica a colleghi di altre biblioteche che posseggono lo stesso volume sul quale si richiedono indagini. E altrettanto spesso, stabilito il contatto, occorre poi fare delle verifiche puntuali con il libro alla mano, ma questo è l’unico modo che il nostro bibliotecario conosce per poter integrare e/o correggere descrizioni che diversamente potrebbero ingenerare equivoci di identificazione nei colleghi di altre biblioteche che vi si dovessero imbattere. La descrizione o il controllo di un libro antico richiede molto tempo, tanto più se contemporaneamente si fa della formazione.

Allo stesso tempo si pianifica e si avvia - affidandolo ad altri colleghi - un lavoro di revisione su una mostra permanente, che bisogna aggiornare nei testi delle didascalie e delle legende e nella stampa di immagini tratte dai libri più preziosi della biblioteca.

Inoltre, frequentemente c’è da organizzare esposizioni bibliografiche in occasione di eventi cui la biblioteca partecipa: allora, si indice preliminarmente un briefing per decidere i passaggi da seguire: scelta dell’argomento, scelta delle immagini, dei testi da scrivere, dell’occorrente per l’allestimento e per la redazione di un opuscolo.

Il nostro bibliotecario collabora con i colleghi del settore Ragioneria e Amministrativo, fornendo - quando richiesti - pareri su volumi bisognosi di intervento di restauro o legatoria e redigendo i relativi elenchi.

Collabora inoltre con il collega che si occupa degli impianti della biblioteca, fornendo - quando richiesto -qualche chiarimento che può dare essendo tra i dipendenti più anziani.

Collabora con i settori Visite guidate e tirocini formativi, che sono in decremento e che quindi vengono svolti saltuariamente, e con il molto più attivo progetto di alternanza scuola lavoro con alcuni licei cittadini.

Il nostro bibliotecario è il curatore del sito web della Biblioteca; gestisce inoltre le pagine Facebook e Twitter e il canale You tube istituzionali. Il sito è aggiornato quotidianamente, con l’inserimento della news relativa alla mostra che si inaugurerà, o il semplice comunicato con cui si informano gli utenti della indisponibilità del piccolo parcheggio prospiciente l’ingresso della biblioteca, a causa di lavori alla sede stradale. C’è da inviare la newsletter sul prossimo evento, del quale il nostro bibliotecario ha girato un breve video che va poi caricato sul canale You tube (che, essendo operazione lunga, si compie generalmente durante la notte utilizzando la connessione internet casalinga, più veloce e stabile di quella di cui si dispone in Biblioteca).

Il nostro bibliotecario fa parte di una sovrastruttura regionale che ha responsabilità e competenza su tutte le biblioteche che fanno parte del Polo, in particolare per ciò che riguarda il settore dei Servizi (prestito locale e interbibliotecario, riproduzioni) che le biblioteche erogano utilizzando un modulo interno all’applicativo in uso, sul quale egli ha tenuto dei corsi di formazione anche al di fuori della sua provincia e della sua regione, incaricato dall’ente centrale dal quale dipende; questo significa che a lui si rivolgono spesso colleghi di altre biblioteche per sottoporre questioni diverse, relative ai Servizi ma anche ad altre problematiche.

Pertanto, durante la giornata:
telefona il collega della Biblioteca comunale di *** che chiede conferma di una catalogazione che ha effettuato; il nostro bibliotecario dunque interrompe quel che sta facendo e controlla la coerenza delle operazioni eseguite dal collega;
telefona il collega della Biblioteca comunale di ***, che è un volontario e che dunque si dedica quando può alla biblioteca, che altrimenti sarebbe sempre chiusa: il nostro bibliotecario riserva grande attenzione a questa e ad altre biblioteche simili, nella convinzione che le biblioteche rappresentino sul territorio un presidio di civiltà, in alcuni contesti addirittura di legalità;
telefona il collega della Biblioteca scolastica dell’Istituto *** che chiede di poter attivare i Servizi; allo scopo occorre innanzitutto configurare quella biblioteca e autorizzarla all’utilizzo del relativo modulo, il che richiede un po’ di tempo; successivamente, si contatterà nuovamente il collega fornendo telefonicamente (o, se e quando possibile, in presenza) le informazioni di base per il corretto utilizzo del modulo.

Aggiorna una pagina del catalogo in linea delle biblioteche del Polo; si tratta di una pagina dedicata agli eventi e a tutto ciò che riguarda le biblioteche, che comunicano al nostro bibliotecario ciò che vogliono sia pubblicato su questa pagina Eventi; egli riceve tramite la posta elettronica le richieste e provvede ad incrementare la pagina, con testi e immagini.

La giornata è passata tra tutte queste occupazione e molto spesso il nostro bibliotecario non ha avuto tempo neanche di prendere un caffè, pur non dovendo far altro che scendere due rampe di scale disponendo la biblioteca di una macchina da caffè in una sala riservata.

Eppure, alla fine della giornata, è sempre forte la tentazione di chiedersi: siamo ancora un autentico servizio? In favore di chi?

Non prevale lo sconforto perché c’è sempre la consapevolezza di star svolgendo il proprio lavoro e si è dunque convinti che la questione del crollo degli utenti nelle biblioteche, poiché riguarda più o meno allo stesso modo istituti bibliotecari di diversa natura e diversa collocazione geografica, dovrebbe essere affrontata ufficialmente e formalmente in maniera collegiale con il coordinamento delle sovrastrutture a carattere nazionale (principalmente il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo). Diversamente, qualsiasi riflessione che si faccia in sede locale (ergo, anche questa) rischia di apparire come un vuoto lamento. Oppure di non aver alcun riscontro, come pure è accaduto di recente sulla lista di discussione dei bibliotecari italiani (tenuta dall’Associazione professionale A.I.B.), in cui un collega, prendendo spunto dal Convegno Stelline 2018 che si svolge ogni anno a Milano (Convegno Stelline), ha posto all’attenzione della lista una sua riflessione sul futuro delle biblioteche (per sintesi semplifico, perché l’intervento del collega è più articolato, complesso e vasto), se cioè siano da intendersi ancora come servizio pubblico, «erogato da un ente pubblico ad un'utenza passiva che lo finanzia genericamente col gettito fiscale», ovvero «sociale, per cui la biblioteca diventa diretta espressione della comunità che la frequenta».

E le altre biblioteche, come se la passano? Quelle che hanno messo il bar e che organizzano i corsi di inglese e di preparazione al parto, di yoga? E quelle che invece si ostinano a rimanere solo biblioteche…?

Una platea dell'archivio di Montevergine: San Gennaro di Terranova

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un estratto della tesi di laurea magistrale in Scienze storiche, prova finale in Archivistica, di Giovanni Schiavone, discussa recentemente presso l’Università degli studi di Napoli (relatrice Antonella Venezia, correlatrice Anna Maria Rao). La platea qui descritta riguarda una dipendenza di Montevergine, Terranova, ora frazione del comune di San Martino Sannita, in provincia di Benevento.

(di Giovanni Schiavone)

Platea_TerranovaLa platea del monastero verginiano di San Gennaro di Terranova, la cui datazione è riferibile al biennio 1757-1759, è conservata presso l’archivio di Montevergine. Tale monastero, grazie al rapporto di dipendenza diretta in alcuni periodi della sua esistenza con l'abbazia di Montevergine, è fra tutti i monasteri verginiani quello che presenta una considerevole documentazione per quanto riguarda le sue vicende, che sono desumibili anche dal Liber plantarum della platea di Terranova, precisamente dal f. 3r al f. 10r.

Le platee, costituite da mappe acquerellate dei possedimenti della Congregazione verginiana, accompagnate dai relativi inventari dei beni immobili, possono essere definite a tutti gli effetti, con linguaggio moderno, un catasto. Con tale documentazione, unita a quella relativa ai libri contabili, la Congregazione verginiana poteva prendere visione della consistenza dei propri beni e allo stesso tempo tutelarsi da possibili rivendicazioni di natura territoriale o economica.

La trascrizione del documento, preceduta da un'introduzione archivistica, è stata condotta rispettando quanto più fedelmente possibile l'originale, sciogliendo tutte le abbreviazioni tramite il ricorso alle parentesi tonde e lasciando la punteggiatura e l'uso delle maiuscole anche quando il loro uso si discosta da quello moderno.

Per quanto concerne l'introduzione archivistica, col fine di inserire il documento nel suo contesto di conservazione, si è tracciata una breve storia dell'Archivio di Montevergine, che va dalla sua formazione fino al presente, delineando come si sia trasformato da "memoria autodocumentazione" in "memoria fonte".

L'archivio inteso come fondo documentario viene a formarsi all'incirca con l'Abbazia di Montevergine ed è relativo proprio a quella documentazione che ne attesta la fondazione e la conseguente tutela dei diritti sui propri beni.

La distinzione fra memoria autodocumentazione e memoria fonte, inerente alla documentazione dell’archivio di Montevergine, è ovviamente riferibile anche alla Platea oggetto del presente lavoro. A tal proposito si cita una disposizione del Capitolo generale dell'8 maggio 1586, che segna anche l'origine della produzione di questa particolare tipologia documentaria:

«Ordinamo di piu che tutti li Priori locali fra termini di doi mesi debbano mandare l'inventario de tutti e beni de Monasterii mobili, e stabili, dove stanno li stabili con chi confinano, chi le tengono, et quanto rendono, autenticato con fede di Notaro, et che essi ne debbano pigliar copia, et quella serbare dentro una cascia da farsi in qualsivoglia monastero che sia detta la cascia delle scritture dove siano anche conservati li instrumenti e li quinterni de introito et essito, gl'inventari e qualsivoglia altra scrittura spettant'al beneficio del Monasterio».

Tale disposizione, che fra l'altro indica anche la nascita degli archivi particolari delle singole dipendenze di Montevergine, stabilisce che tutti i priori delle case dipendenti dovevano inviare un inventario di tutti i beni mobili e stabili in loro possesso. Lo scopo, come già accennato, era di avere una base documentaria giuridicamente valida che attestasse i diritti della Congregazione verginiana.

Oggi, le platee, esaurita da tempo la loro natura di "inventari catastali", svolgono un'importante funzione di documentazione storica.

Per quanto riguarda il contenuto della Platea di Terranova, si fa presente che essa è una copia, acquisita e conservata presso l'Archivio di Montevergine in ottemperanza a precise disposizioni vigenti all'epoca della sua redazione. Il suo contenuto può idealmente tripartirsi: la prima parte funge da "introduzione" e mostra l'iter che si è seguito per giungere alla sua realizzazione; seguono poi il Liber revelationum ed il Liber Plantarum. Il primo è costituito dalle «rivele fatte da particolari possessori de beni, Censuari, e rendienti», il secondo dalle descrizioni (dilucidationes) e dalle piante dei relativi terreni e stabili. Pertanto il testo si articola secondo formulario standardizzato che si ripete di rivela in rivela, di dilucidatio in dilucidatio.

Come ci informa il notaio Lorenzo Chiavelli, rogatario del documento, esiste già una platea risalente al 1718, redatta dall'agrimensore Bartolomeo Cocca. Tale platea in realtà poiché «sollennis non fuerit, generalis, et vera; sed privata, particularis, et ut plurimum scatens erroribus» non poteva avere validità giuridica. Va però segnalato che nove delle ultime dieci piante del nostro documento sono tratte dal Chiavelli proprio dalla platea del Cocca.

Al f. 47r/v è presente l'editto di pubblicazione dove il Chiavelli riepiloga di aver ricevuto il compito di redigere una Platea «de beni, stabeli, rendite, censi, e redditi, del Real Monistero di San Gennaro di Terranova» in data 22 gennaio 1757 e avendo ormai portato a termine il compito affidatogli, fatta la relazione prevista presso la Reale Camera di Santa Chiara, deve per ordine della stessa procedere alla pubblicazione della Platea. Come si legge al f. 49r il 17 luglio 1759 si pubblica la Platea; il 27 luglio in considerazione del fatto che non si è presentato nessuno, nei termini stabiliti, di coloro che possano avere interessi pendenti, la Platea è «conclusa atque firmata praesentibus pro Textibus dominis Nicolao Batto Terraenovae, Domino Gabriele Mastro Iacono Mercuriani, Bonaventura Pecoriello Terrae Cucciani, et aliis»; al 31 luglio è riferibile la sententia del Chiavelli, riportata al f. 49v con la quale si dispiega tutto il potenziale giuridico della Platea.

Il Liber Plantarum si apre con il privilegium di agrimensore  accordato a Lorenzo Chiavelli, al f. 1r/v, che come dichiarato dallo stesso, in calce al f. 1v è una copia conforme all'originale in suo possesso: i tavolari del Sacro Regio Consiglio, avendo ricevuto dal Chiavelli la richiesta di essere annoverato fra gli agrimensori del Regno e ritenutolo capace sia per quanto riguarda la matematica sia per quanto concerne la geometria, lo hanno ammesso all'ufficio di agrimensore, concedendogli «la potesta, e facolta di misurare, ed apprezzare campi, orti, terre, massarie, fabbriche, e possessioni, e di tali misure, ed apprezzi formare fedi autentiche».

Si passa poi alla descrizione o dilucidatio delle varie piante dove per ogni terreno si danno le misure e si elencano i confini.