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Una finestra sulla Biblioteca > Una finestra sulla Biblioteca

Un ex libris con dedica autografa

(di Paola de Conciliis)

Due volumi contenenti diverse annate, non consecutive, di una rivista d’arte britannica, «Academy notes», pubblicazione ufficiale della Royal Academy of Arts di Londra, sono stati recentemente catalogati nella Biblioteca, attirando l’attenzione per la presenza di un ex libris molto bello ed elaborato, che presenta diversi motivi di curiosità. Vedder, AnitaSi tratta di un bookplate a stampa, raffigurante un’allegoria dell’isola di Capri - la sirena bicaudata di omerica memoria, con la lira in basso che richiama il canto udito da Ulisse, e la figura zodiacale del Capricorno, che probabilmente allude ad un’ingenua etimologia del nome dell’isola. Sul cartiglio che incornicia il tutto corre l’iscrizione, in italiano, “Torre Quattro Venti”, che dà conto in effetti della piccola torre sormontata dalla tipica freccia segnavento e delle lettere iniziali dei punti cardinali in lingua inglese, in caratteri pseudogotici. E’ questo il nome di una famosa villa in stile eclettico, progettata e costruita sull’isola nei primi anni del Novecento da un artista americano stabilitosi in Italia, Elihu Vedder. Il bookplate, infatti, è uno dei quattro già noti a lui appartenuti, e verosimilmente da lui disegnati, tra cui un bozzetto contenuto in una lettera autografa indirizzata a Ruthven Deane; se ne conosce inoltre uno di sua figlia Anita Herriman Vedder, pure probabile opera sua, o della figlia stessa, disegnatrice di stoffe sulle orme paterne. Quello rinvenuto in biblioteca è, tra l’altro, forse il più raro del gruppo, perché in rete se ne è trovato soltanto un altro esemplare, pubblicato nella rubrica Curiosità exlibristiche della rivista/newsletter Cantieri della casa editrice Bibliohaus (08/2010).
La vita lunga e avventurosa di Vedder (1836-1923), figlio di un dentista newyorkese emigrato a Cuba e di una donna intellettualmente attiva, che lo sostenne nella sua vocazione artistica, prese avvio da una formazione irregolare, - non frequentò il college -, ma segnata dall’interesse per la letteratura e dalla passione per l’esotismo e la spiritualità, alimentata da una costante frequentazione di poeti e artisti. Dopo i primi studi a New York con il pittore Tompkins H. Matteson, nel 1856 partì per l’Europa, prima entrando come allievo a Parigi nell’atelier di François-Édouard Picot, poi viaggiando dal 1858 al 1860 in Italia, dove strinse amicizia con il pittore toscano Giovanni Costa e si avvicinò all’ambiente dei Macchiaioli. Determinante per il suo stile pittorico fu l’influenza del Rinascimento italiano, in particolare di Michelangelo, e il tirocinio presso un copista fiorentino di antichità, Raffaello Bonaiuti. Perduto l’appoggio finanziario paterno, ritornò negli Stati Uniti alla vigilia della Guerra di Secessione, e in quegli anni si dedicò per vivere a lavori di illustrazione commerciale, entrando in un gruppo di artisti bohémien, il Pfaff’s Coffee House group, e stringendo amicizia con Walt Whitman, Hermann Melville e il pittore William Morris Hunt. In questi anni iniziò a dipingere i primi importanti quadri simbolisti, fondendo con suggestioni orientali l’insegnamento realistico francese e italiano. Dal 1866, diventato membro dell’American Academy of Arts, lasciò l’America - vi tornò nel 1869 per sposare Caroline Rosekrans e poi per brevi soggiorni, in uno dei quali, artista ormai affermato, venne chiamato a decorare con dipinti murali alcuni ambienti della Library of Congress. In Europa, insieme all’amico pittore Charles Caryl Coleman, fu a Parigi e si stabilì poi definitivamente in Italia. A Roma visse inizialmente e lì nacquero i suoi figli Anita Herriman Vedder, abile amministratrice del patrimonio paterno, ed Enoch Rosekrans Vedder, valente architetto scomparso prematuramente tornando in Italia nel 1916. Anita_LetmedreamVedder si inserì perfettamente nell’ambiente culturale romano di fine secolo, e poi, dopo il successo finanziario delle sue 55 illustrazioni della traduzione di Edward Fitzgerald dell'opera Rubaiyat of Omar Khayyam, del 1884, si fece costruire a Capri una villa in stile moresco, ispirata all’Oriente dei suoi lavori recenti, dominata da una torre quadrangolare innalzata sul corpo centrale e detta “Quattro Venti”. Qui visse ininterrottamente dal 1906 fino alla morte, avvenuta nel 1923. Viaggiò più volte in Inghilterra, avvicinandosi alla Confraternita dei Preraffaelliti, a cui era affine per sensibilità, e alla poesia visionaria e mistica di Blake e Yeats; dal 1890 si adoperò per la diffusione in Italia del movimento In Arte Libertas, mentre dall’orafo Tiffany gli furono commissionati disegni per vetri, statuette e mosaici, a testimonianza che il suo percorso, sempre in bilico tra osservazione del vero e visione estatica, era approdato alla sintesi dello “stile moderno”, dell’Art Nouveau. Il giudizio della critica sull’artista è stato sempre altalenante, ma in questa sede è più interessante soffermarsi sull’attitudine letteraria dell’artista, autore anche di un piccolo gruppo di scritti autobiografici, critici e poetici. E ovviamente sul collezionista di libri, stampe e dipinti. Fortunatamente lo Smithsonian Institution di Washington conserva l’intero archivio della famiglia, contenente libri, diari e disegni dell’artista, nonché il materiale fotografico, il tutto mirabilmente  digitalizzato e disponibile dalla pagina https://www.aaa.si.edu/collections/elihu-vedder-papers-9264. Dei suddetti ex libris di Vedder quello che compare sul volume rilegato della biblioteca di Montevergine è uno dei due che non recano il suo nome, o almeno il nome dell’intestatario, - poiché è assai verosimile che ne disegnasse per amici e parenti, oltre che per la figlia Anita, e sarebbe interessante identificarli in base al segno grafico in giro per raccolte librarie - mentre pare che protagonista sia la villa, o comunque Capri, come luogo mitico e “patria” ideale, con cui l’autore s’identifica a tal punto da rendere superfluo il suo nome. E forse a quel luogo era legato il progetto di una biblioteca “della casa”, con la produzione di un apposito bookplate.
Ancora più intrigante è il secondo aspetto “curioso” dell’ex libris, ovvero il fatto che sullo spazio bianco risparmiato dalla composizione allegorica si legga una dedica autografa di Anita Herriman Vedder ad un tale Nilleian Leander Port, sulla cui identità per ora non si è stati in grado di trovare notizie: la Vedder gli fa dono dei volumi di «Academy Notes», che viene presentato dagli editori come un supplemento all’«Official Catalogue» della collezione della Royal Academy, dedicato agli appassionati lontani da Londra che non potevano recarsi a visitarla. La data del 28 aprile 1934 ci indica che il dono avviene quando Elihu è ormai morto da tempo e Anita ha ormai ereditato la biblioteca paterna della villa caprese, ma potrebbe anche conservare carte con ex libris da ritagliare all’occorrenza e apporre con dedica su opere da regalare, secondo un uso che era già del padre.

Elihu_1 Elihu_2 Elihu_dedica

Il bibliotecario "agile" durante lo smart working

(di Sabrina Tirri)

Il 2020 è stato e continua ad essere un anno particolare, che non dimenticheremo facilmente, e seppur dovesse accadere, l’amnesia avrà una sua motivata giustificazione, nata da una reazione conscia o inconscia di difesa. L'istinto di autoconservazione e di sopravvivenza dell'uomo, quando esso si presenta più forte della paura, mette in moto delle strategie notevoli al fine di poter continuare il proprio percorso. Il covid19 ha ribaltato una buona parte di quell'ottimismo su cui si è costruita la società di oggi, altamente tecnologica; sembrava che potesse essere tutto sotto controllo, e invece un virus, portato da chissà chi o cosa, ha accresciuto quel senso di precarietà e fragilità della condizione umana. Il lockdown, dichiarato in uno stato di emergenza e come forma di protezione da un nemico invisibile, ha significato per molti chiusura, interruzione, punto di arrivo di un qualcosa... molti dei nostri "fratelli" sono morti...  molti altri hanno perso il lavoro...  Nessuna parola o riflessione purtroppo potrebbe essere di conforto in questo momento; forse, il silenzio sarebbe l’unica e più valida forma di rispetto. Il lockdown è stato però anche continuità per molte categorie di lavoratori; nonostante il grave pericolo, esse hanno dovuto continuare ad operare nei propri ambienti, e senza addentrarci nella specificità del loro servizio, le ringraziamo tutte allo stesso modo. La Biblioteca di Montevergine, che, all’inizio di marzo, ha dovuto chiudere l’accesso ai suoi utenti, e poi anche ai suoi dipendenti, ha cercato, dal canto suo, di portare avanti il suo lavoro e l’ha potuto fare attraverso la modalità dello smart working. Se da un lato, per causa di forza maggiore, sono stati messi da parte i servizi che essa offre al pubblico (consultazione, prestito e fotoriproduzione, riattivati solo da qualche mese con le dovute cautele), dall'altro, i dipendenti hanno potuto eseguire da remoto tutte quelle attività possibili. Tralasciando la sezione amministrativa, impegnata, tra l’altro, con il protocollo informatico, visione e inoltro circolari, pec, ordini di acquisti e pagamenti attraverso il MepA, qui ci occuperemo di quello che hanno fatto gli operatori della biblioteca, che sono di solito a più stretto contatto con l’utenza. Il modello organizzativo dello smart working, pensato ed adottato già da qualche anno da alcune aziende e dalla pubblica amministrazione come modalità ordinaria di lavoro, visti i vantaggi organizzativi e produttivi, è stato valutato attentamente dallo Stato italiano come utile arma atta a fronteggiare la singolare e drammatica situazione che stiamo vivendo; il suo utilizzo ha permesso di portare avanti delle attività riducendo al minimo i rischi e le possibilità di contagio. Riflettendo su cosa l’istituto avrebbe potuto fare da remoto, l’attenzione è caduta subito su alcuni elementi, quale l’aggiornamento delle pagine del sito, con l’ampliamento della sezione “Archivio” dedicata alla trascrizione degli inventari di p. Giovanni Mongelli, e su un aspetto della catalogazione, che in biblioteca viene spesso accantonato a causa del tempo e della riduzione sempre più crescente del personale (approfittiamo per dire che la biblioteca perderà, causa pensionamento, tra il 2020 e l’inizio del 2021 tre dei suoi “storici” funzionari). Ci occuperemo in questa sede dello “spoglio”, che, in ambito biblioteconomico, significa descrizione di titoli analitici, ovvero descrizione di parti contenute in una risorsa seriale o monografica. Non potendo portare a casa una mole di libri per il lavoro di catalogazione, abbiamo pensato quindi di dedicarci ai periodici, che, a seconda del tipo di biblioteca, possono essere di argomento storico, sociale, religioso, economico, politico etc.. La gestione catalografica del seriale è particolare; il periodico è costituito da un numero variabile di fascicoli, a seconda della sua periodicità: all’anno saranno 6 se bimestrale, 2 se semestrale, 365 circa se quotidiano, 24 se quindicinale, 1 se annuale. Indipendentemente dalla sua consistenza, il numero di ingresso si assegna di norma al primo fascicolo pubblicato e vale per tutta l’annata. Nei programmi di catalogazione viene inserito il titolo del periodico, la cui descrizione si distribuisce in tutte le sue aree: area del titolo e dell’indicazione di responsabilità, della numerazione, della  pubblicazione, della descrizione fisica, delle note. Dalla scheda bibliografica, che traccia la nascita e la morte del periodico, i nomi dei responsabili o dei curatori, la città in cui stato edito, eventuali cambiamenti etc., si passa alle informazioni specifiche di ogni singola biblioteca, che registra il suo posseduto nella gestione del documento fisico, nei campi della consistenza della collocazione, di esemplare e di indice. Sottolineiamo un dato importante che riguarda appunto i periodici, quello di cercare di non disdire l’abbonamento di un seriale durante la sua pubblicazione per non incorrere in annate mancanti o lacunose; questo modo di operare è però difficile da mantenere, perché gli istituti culturali annualmente vengono colpiti da numerosi tagli che incidono anche sulle riviste. Il periodico è una fonte preziosa di informazioni perché al di là dell’intitolazione generale si raccolgono e si susseguono articoli e contributi a firma di diversi autori. Per dare visibilità alle notizie contenute e agevolare la ricerca all’utente è necessario descriverle nel dettaglio, creando i cosiddetti “spogli”. In questo modo si evita di far perdere tempo al lettore, come vuole la quinta legge di Ranganathan; lo studioso non sarà più costretto a spulciare tutte le annate di queste riviste per vedere se all’interno possa esserci qualcosa di consono ai suoi studi; la ricerca avverrà attraverso il cuore principale della biblioteca, ossia il catalogo, strumento che permette l’adozione di filtri per una ricerca molto più particolareggiata. Ecco il bibliotecario facilitatore, che semplifica la vita all’utente, andandogli incontro e riducendo i suoi tempi di ricerca, e il bibliotecario catalogatore, che fa crescere di contenuti, di informazioni, di notizie il catalogo, sebbene lo spazio della biblioteca, ovvero gli scaffali, non venga occupato da nuove unità o documenti fisici. I periodici, che sono stati presi in considerazione a tale scopo, sono quelli legati alla storia religiosa, culturale e sociale dell’Irpinia, ricchi di contributi di straordinaria importanza non reperibili in nessun altro testo, e sono: Rassegna storica irpina, Vicum, I quaderni di Vìcatim, Irpinia: rassegna di cultura storica, Storia illustrata dell’Irpinia, Civiltà altirpina, Il Bollettino del Santuario; fa eccezione solo la Campania sacra, che si riferisce ad un territorio molto più ampio. Sfortunatamente molte di queste riviste sono cessate, ossia non sono più pubblicate; anche qui le cause sono molteplici, tra cui la mancanza di risorse sia umane che finanziarie; il  bollettino di Montevergine, invece, continua a vivere grazie all’impegno dei monaci bianchi e dei suoi collaboratori.
Ora provvederemo a trattare questioni un po’ più tecniche, prendendo in esame come avviene la costruzione del legame tra il periodico e le sue varie parti, augurandoci di non annoiare nessuno. Per la creazione dello spoglio, bisogna partire dal titolo generale della risorsa seriale presente nel nostro applicativo d’uso, l’Sbnweb. Dal menu a tendina della gestione bibliografica si seleziona: “Crea titolo analitico (N)”; “N” è la lettera dell’alfabeto che ne specifica la natura. La descrizione dello spoglio si limita all’area del titolo e dell’indicazione di responsabilità, e a quella delle note. Le informazioni per la prima area si ricavano dal frontespizio o occhietto che precede il contributo, o dalla prima pagina del contributo stesso, come è avvenuto nel nostro caso. Subentrano le fonti complementari, dell’indice o del sommario o le altri parti della risorsa, in assenza dei precedenti o per la loro poca chiarezza. Precisiamo che il nome dell’autore se figura alla fine del contributo verrà riportato nell’area 1 senza le parentesi quadre,  a differenza di quanto avviene con la descrizione degli altri materiali.
Prima di digitare il bottone “Conferma”, bisogna valorizzare i campi del SICI, l’identificatore standard relativo al fascicolo o all’articolo di un seriale, e della nota al legame. Il codice, che identifica in maniera univoca il fascicolo o l’articolo di un seriale, è di costruzione piuttosto recente, quindi in questi periodici non è presente; il suddetto campo è stato riempito in questi casi dall’anno in cui è uscito l’articolo, elemento che funge da filtro quando si esaminano i titoli collegati ad un determinato periodico. Nella “nota al legame” è stata riportata la numerazione del fascicolo in cui è localizzato l’articolo, composta dall’annata, dal numero del fascicolo, dalle indicazioni di mesi e di anno, e dalle pagine.  Come per le monografie o altri titoli, anche per gli spogli il sistema SBN fa scattare un codice alfanumerico di 10  elementi, univoco nella sua funzionalità. La descrizione analitica deve essere collegata poi ai responsabili intellettuali, e al titolo parallelo o quello sviluppato se presenti. La soggettazione, invece, è facoltativa, ma noi abbiamo preferito farla, ove plausibile, trattandosi di opere legate al nostro patrimonio e territorio culturale. Come spesso accade, solo lavorando o leggendo, si scoprono cose di cui si è ignari. Degli esempi riguardano i contributi che si ripetono all’interno del periodico; in caso di una rubrica, infatti, che viene pubblicata regolarmente in una risorsa seriale, si riporta nella nota al legame come localizzazione, la numerazione della prima unità seguita solo dal trattino, se è in corso, oppure dalla numerazione dell’ultima unità, se cessata; in caso di un contributo che è distribuito in più parti, la descrizione è unica e nella nota al legame si aggiungono tutte le numerazioni che lo riguardano con le relative pagine, indicando nelle “ note di contenuto” quante parti esso comprende, usando la seguente formula: “Si compone di 3, 5, 10 .. parti.” Se fino a qualche mese fa le testate di queste riviste erano visibili nell’opac limitatamente alla loro descrizione, ora esse si arricchiscono di un lungo elenco di titoli (in tutto questo periodo sono circa 1000 quelli inseriti), linkabili, che rimandano alla loro localizzazione nel seriale.