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Lasciare la presa e ricordare: una riflessione di Enzo Bianchi sulla vecchiaia

(di Domenico D. De Falco)

Enzo Bianchi, La vita e i giorni. Sulla vecchiaia, Bologna, Il Mulino, 2018

Leggere Enzo Bianchi è sempre una esperienza significativa, illuminante, formativa. Non scopriamo nulla di nBianchi_Sulla vecchiaiauovo: l’ex priore della Comunità Monastica di Bose pubblica delle riflessioni semplici, scritte con un linguaggio altrettanto genuino e quando le si legge ci si convince facilmente e velocemente della loro profonda verità. Ma poi, se si prova a replicarle, magari a raccontarle a nostra volta, o anche banalmente a ripensarle, allora ci si rende conto che non è possibile, giacché si tratta di autentiche epifanie che per quanto elementari, per poter essere concepite e divulgate in maniera chiara – così come fa Enzo Bianchi – hanno bisogno del dono della comunicazione, quello che rende comprensibile anche la più complicata delle teorie.

In poco più di 100 pagine, Enzo Bianchi fa un capolavoro di sintesi sulla vecchiaia, non tralasciando di affrontare con il suo tono lieve, ma molto intenso, alcuni luoghi comuni solitamente riferiti alla cosiddetta terza età.

In fine di ogni capitolo sono riportati i riferimenti bibliografici in cui sono citati i testi biblici – uno su tutti il Qoehlet (12, 1-8), per «leggere la vecchiaia nella sua realtà e nel suo simbolismo» -, i classici della letteratura latina – Cicerone, Ovidio, Terenzio … -, gli autori moderni – Bonhoeffer, Hillman - ma anche poeti quali Eliot, Kavafis, Manlio Sgalambro; e Violeta Parra («Grazie alla vita che mi ha dato tanto»), Edith Piaf («Je ne regrette rien»).

Uno dei capitoli più “forti” del libro è intitolato significativamente Lasciare la presa e ricordare, dal quale trascriviamo un ampio stralcio: «Lasciare la presa: è un’arte non facile, eppure è la prima da esercitarsi nella vecchiaia. È l’arte del distacco, del saper prendere una distanza, dell’accettare di non poter più tenere in mano tutte le corde […] prepararsi ad abbandonare la funzione, il posto, l’occupazione, lasciando ad altri, alle nuove generazioni, la possibilità di subentrare e di portare avanti ciò che per noi umani resta sempre inadempiuto […] Lasciare la presa permette di discernere ciò che è essenziale per una vita sensata e che possa essere “salvata”, significa affermare la dimensione della gratuità: si è fatto molto a causa dei doveri e degli impegni, ma è giunto il tempo dell’otium, del “dolce far niente” che può essere vissuto cercando la quiete, aumentando il tempo per dedicarsi alla vita interiore, per essere più liberi dalle esigenze che ci imponevamo o che ci erano imposte dagli altri. Lasciare la presa non è un lasciar cadere dalle mani nel pozzo la corda del secchio, ma un lasciare alcuni fili per stringerne con più forza altri».

Sembra un brano scritto anche per quelli come noi che, ormai molto prossimi alla pensione, si crucciano e si dolgono non per ciò che li aspetta (una nuova vita fatta di ritmi più lenti e lievi, la coltivazione dei propri autentici interessi finalmente liberi dalla tirannia del tempo, qualche più frequente viaggio approfittando di far visita a figli che lavorano all’estero…), ma perché non possono trasmettere adesso le loro conoscenze a giovani colleghi e dunque il loro “lasciare la presa” non sarà forse una fase indolore e così idilliaca come la descrive Enzo Bianchi. Al quale siamo comunque grati per avercela descritta nella maniera più schietta.

Ci scrive Marcus Parisopulos

In risposta alla recensione del romanzo Hiperionidi, l'alba degli dei, riceviamo e pubblichiamo una riflessione del monaco Marcus Parisopulos

Riflessioni su Hiperionidi, il mito perduto

Salve omnes.
Sono il monaco Marcus Parisopulos e scrivo queste poche righe per chiarire alcuni aspetti a proposito del manoscritto di Erodoto che ho recuperato, per caso, nella biblioteca del monastero di Dios alle falde del monte Olimpo.
Il testo del famoso storico di Alicarnasso narra un viaggio fantastico di alcune divinità extra olimpie – più precisamente i figli del titano Hiperione –, che intraprendono nel Mar Mediterraneo alla volta del “Meridiano Zero”. I loro obiettivi sono: liberare i genitori dal carcere, ascendere al cielo in qualità di divinità del giorno e detronizzare Astreo, titanide insignito da Fato per il controllo degli astri; una guerra quindi speculare a quella delle altre divinità olimpie contro Crono e i titani.
Il ritrovamento del manoscritto fornisce quindi un’altra porzione di sapere che dà al lettore uno stimolo in più per approfondire e integrare la letteratura mitologica greca. Nel corso dei secoli, le storie dei miti sono servite a vari studiosi per analizzare, approfondire e studiare i comportamenti degli uomini e dare quindi un senso e una morale alle varie storie tramandate dal popolo greco antico attraverso storici, aedi e sacerdoti. Hiperionidi si pone anche sotto quest’aspetto perché narra non solo una grande avventura ulissiana nel bacino del mediterraneo, ma mette a confronto le emozioni, le paure e dunque gli stati d’animo di tutti i personaggi, divinità e non, che hanno accettato di navigare “verso l’ignoto per un futuro migliore”.
Ovviamente mi trovo in una condizione molto particolare perché mi ritrovo nascosto nella mia cella del monastero con i miei fratelli intenti a darmi la caccia: vogliono il libro per bruciarlo perché considerato eretico e pagano. Possono trovarmi e punirmi severamente per aver disubbidito al Padre Superiore, ma il libro deve essere salvato almeno attraverso la divulgazione, ragion per cui immagino due cose nella mia mente: di essere un regista, come se fossi direttamente io a dirigere questo film (neanche a farlo apposta il libro si conclude con la scritta to be continued) e poi una platea incuriosita di persone intenta a guardare questo lavoro. La mia angoscia è però – visti i tempi che corrono – che molte persone potrebbero stancarsi facilmente del mio sproloquio ed abbandonare la sala quindi cerco di “abbellire” il testo di Erodoto rendendo i dialoghi dei personaggi piacevoli immettendo il buon vecchio humor napoletano, nonché l’inconfondibile dialetto romanesco parlato dal dio Efesto, senza ovviamente dimenticare l’apporto di Dante Alighieri nelle descrizioni di alcuni momenti particolari, come ad esempio il viaggio in mare dei corinzi per seguir virtude e canoscenza, o la descrizione fisica di Fato (faccia d’uom giusto). Non mi limito quindi a un semplice “dettato” del testo di Erodoto, bensì lo elaboro a modo mio per renderlo così più gradevole all’orecchio dei lettori.
Essendo poi un testo molto vecchio, una domanda mi pongo sovente: “Come mai questo testo in greco antico si trovava all’interno di un monastero ortodosso?” È un quesito che ancora non ha risposta, ma deduco che sia lì per mano di qualche mio fratello che dimorò nel monastero secoli fa e che lo salvò forse da qualcuno che decise di eliminarlo: la storia così si ripete come sempre.
Il Mahatma Ghandi diceva: “Vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre”.