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Il monastero del Corpo di Cristo di Borgo-Montoro Inferiore

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo della prof.ssa Teresa Colamarco sul monastero del Corpo di Cristo di Borgo di Montoro Inferiore (ora unito, insieme con Montoro Superiore, nel comune di Montoro). L'articolo è stato edito nell’opuscolo  dal titolo  Dedicazione del nuovo altare e riapertura al culto della chiesa di S. Leucio  in Ss. Corpo di Cristo, stampato nel 2011 in occasione della riapertura al culto della chiesa parrocchiale di San Leucio e rappresenta soltanto una breve sintesi di un più corposo saggio in corso di pubblicazione

Il monastero del Corpo di Cristo di Borgo-Montoro Inferiore in provincia di Avellino

(di Teresa Colamarco)

Montoro3Il monastero del Corpo di Cristo di Borgo – Montoro, la cui chiesa è sede della parrocchia di San Leucio e San Pantaleone,  è stato   priorato dei monaci di  Montevergine dal 1577 al 1807.  La data ufficiale della fondazione, infatti, deve essere considerata il 13 gennaio 1577, quando il sommo pontefice Gregorio XIII, dietro petizione della congregazione di Montevegine e dell’Università di Montoro, concesse ai monaci di  Montevergine di poter fondare un nuovo priorato in Borgo di Montoro, unendo la chiesa del Corpo di Cristo, ius patronatus dell’Università di Montoro, gestita dai Maestri e Governatori dell'Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano,  e la dipendenza verginiana di S. Cristoforo (Archivio di Montevergine, perg. n. 5218). La nuova fondazione si ricongiungeva strettamente  a  fondazioni precedenti: la chiesa del Corpo di Cristo, già esistente nella prima metà del sec. XV, sede della più antica confraternita di Montoro dall’omonimo titolo e abbandonata alla data del 1577, per non  trovarsi a Montoro sacerdoti idonei a soddisfare gli obblighi religiosi (perg. n. 5218);  l’annesso Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano, che compare nelle fonti già agli inizi del sec. XIV, ma la cui fondazione è precedente al 1179; il priorato verginiano di San Cristoforo, fondato tra la fine del sec. XIV e il primo decennio del sec. XV, di cui il monastero del Corpo di Cristo assorbì i beni e  di cui costituiva una vera e propria continuazione. Il monastero di Montevergine aveva possedimenti nel montorese già nel XII secolo; nel 1143 è tra i confini dei beni della mensa arcivescovile di Salerno, mentre la prima donazione a favore del monastero risale al giugno 1163 (perg. n. 427). Da allora sono stati costanti i rapporti tra Montevergine e Montoro e frequenti le donazioni; nella documentazione virginiana dei secc. XII-XIV, tuttavia, non si fa menzione di chiese o monasteri, ma soltanto di beni. La prima volta che troviamo menzionato una dipendenza verginiana è il 4 marzo 1411 (perg. n. 4054). Si tratta del monastero di San Cristoforo,  situato a Borgo, a circa due miglia di distanza dalla chiesa del Corpo di Cristo; poiché era un piccolo priorato,  San Cristoforo rientrò  nelle soppressioni, decretate da San Pio V nel 1567, per cui non ebbe più una propria famiglia monastica assegnata e venne seguito solo dal punto di vista economico. Il monastero e la chiesa erano  in cattive condizioni  già alla data della prima visita pastorale, quella dell’abate Perugino del 1594 (Busta 191). 

Il priorato del Corpo di Cristo,pertanto,  nasceva da una duplice esigenza:  quella espressa dall’ Università di Montoro di garantire il servizio religioso nella chiesa del Corpo di  Cristo e quella dei monaci di Montevergine,  di controllo e amministrazione diretta dei beni  verginiani  in Montoro. L’unione delle due chiese, del Corpo di Cristo con San Cristoforo, comportò, in ottemperanza alla legislazione ecclesiastica, la tassa di tre ducati che la congregazione e l’Università  dovevano versare annualmente alla Santa Sede. Il 1 settembre 1578 il vicario generale della congregazione di Montevergine, don Barbato Ferrato, prese possesso della chiesa del Corpus Domini di Borgo, aggregandola a Montevergine (perg. n. 5243). Dalla relazione della prima Visita Pastorale veniamo a conoscenza del fatto che la chiesa era grande,  ma “molto mal tenutacon paramenti mediocri”; “il monastero”, ubicato “in male sito fuora dell’habitato, aveva  poca fabbrica e mal ordinata”. L’abate Perugini, che aveva eseguito la Visita, si chiese come mai  i monaci avessero lasciato “quello luogo (San Cristoforo) e s’andasse nell’altro dove habitano al presente, perché hanno lasciato il sito bello e buono et sono andati nello luoco di valloni e boschi: e quello più, oltre la fabrica disordinatissima, s’hanno aggravato non poco peso e quasi insopportabile, per pochissima mercede” (Busta 199, f. 30v).

Al centro dell’altare maggiore, murata,  vi era una cassetta contenente reliquie dei santi; gli altari in cui si celebrava furono trovati in ordine, mentre quelli a sinistra entrando in chiesa furono trovati abbandonati  senza pedane, appena coperti di tovaglie con fosse al centro. Fu subito impartito l’ ordine ai loro rispettivi padroni di riattarli o abbatterli; venne anche dato l’ordine che i cadaveri fossero seppelliti  dentro la sepoltura  murata e non già rompendo il pavimento, come si era praticato  fino allora. Il Santissimo era ben custodito in un vaso d’argento (Busta 199, f. 28v). La  famiglia monastica  era costituita da sei persone: il Priore, tre sacerdoti e due chierici. Le entrate del monastero ammontavano a circa 220 ducati annui  (Busta 191, f. 7v). Inizialmente il priorato ebbe una vita stentata; appena iniziò la riforma di Clemente VIII affidata a S. Giovanni Leonardi nel 1596, il Corpo di Cristo fu incluso nell’elenco dei monasteri verginiani soppressi e messo alle dipendenze della casa di Salerno. In seguito, però, alle pressioni esercitate dall’Università di Montoro per la conservazione del monastero  e alle proteste della popolazione di Borgo, nel Decreto del 17 aprile 1600 il monastero venne elencato fra i priorati della congregazione e da esso vennero fatte dipendere le dipendenze verginiane  di Piazza del Galdo, S. Cristoforo e Salerno, oltre ad altri possedimenti. Nel 1611 il Papa Paolo V stabilì che la congregazione di Montevergine dovesse avere 24 priorati, 12 retti da abati con altrettanti religiosi (fra questi era compreso il monastero di Penta) e 12 retti da priori con almeno 6 religiosi, tra cui Borgo; tutti gli altri monasteri vennero soppressi, come ad esempio quello di Salerno (perg: n. 5591). Da allora le cose migliorarono; nella visita del 1622 altari, cappelle e sacrestia furono trovati “ben ordinati e forniti dell’occorrente; ugualmente il monastero e le celle dei religiosi” (Busta 191, f. 106). Il monastero veniva anche utilizzato per uso civile, come sede per le riunioni del Parlamento; nel 1615, infatti, il Parlamento del casale di Borgo, radunato presso il monastero, stabilì che fossero destinati alla costruzione, già iniziata, della chiesa parrocchiale di San Leucio 100 ducati annui prelevati dall’affitto della casa del pane. Nel 1694 ci fu un terribile terremoto che causò notevoli danni agli edifici di Montoro per un totale di circa 40 mila ducati; presumibilmente anche la chiesa del Corpo di Cristo e l’annesso monastero vennero danneggiati. Un inventario conservato nell’Archivio di Montevergine,  redatto nel 1696 dal monaco don Orazio De Filippo priore del monastero di Borgo, contiene una descrizione della chiesa e dell’annesso monastero, nonché l’elenco dei beni e delle rendite “del venerabile monastero del Ss. Corpo di Cristo e Santo Cristofano del casale del Borgo della terra di Montoro”. La chiesa del Corpo di Cristo era ad una sola navata a crociera, misurava  24 canne di lunghezza (ogni canna misurava m. 2,6455),  60 palmi di altezza (ogni palmo corrispondeva a cm 26,4550) e 26 palmi di larghezza; oltre all’altare maggiore, presentava sei cappelle (o altari) laterali, di cui due più grandi “sfonnate per i danni del terremoto. Le due cappelle più grandi erano dedicate, quella a destra di chi entrava alla Madonna del Rosario, sede di un’omonima confraternita fondata nel 1590, quella a sinistra  alla Madonna di Montevergine. Le altre quattro cappelle, due a destra e due a sinistra, erano dedicate rispettivamente a S. Nicola di Bari con l’immagine dipinta a fresco sul  muro e un grande CrocifissoMontoro1 appeso alla parete, alla Trasfigurazione, alla Madonna delle Grazie, al Crocifisso; erano altari  con immagini su tela. Nell’inventario vengono ricordate anche altre due cappelle, rispettivamente  di San Luca e  del Presepe, non più esistenti. L’altare maggiore era di pietra lavorata con gli stemmi della congregazione verginiana; la tela esposta sull’altare, datata 1766 e rappresentante il S. Cuore di Gesù, opera di Vincenzo Masucci. era stata fatta eseguire a devozione dell’abate Vitantonio Santamaria. Sull’altare maggiore, a destra di chi entrava, vi era uno “stipo grande”, dipinto di fuori con l’immagine della Madonna del Rosario e di San Domenico, contenente la statua della Madonna del Rosario. In chiesa vi era un pulpito di legno. Sotto il pavimento 4 sepolture, di cui una per i monaci e tre per i devoti. All’entrata della chiesa era posizionata una pila per l’acqua santa con colonna di pietra bianca. Sul secondo altare a destra vi era un quadro di San Guglielmo, opera di Giovanni Battista de Mari, su quello di fronte una bellissima riproduzione della Madonna di Montevergine. Il Coro aveva una lunghezza 26 palmi, una larghezza di 12 , con due finestre lunghe 8 palmi e larghe tre; l’organo era a cinque registri. Il campanile a due ordini, alto circa 15 metri, di forma quadrata, terminava con una croce di ferro  e aveva tre campane, una grossa di 7 cantari circa e due piccole di circa 5 cantari ognuna. All’altare maggiore ogni giorno veniva celebrata una messa letta conventuale in conformità della convenzione con l’università stipulata nel 1601, vi erano anche altri oneri di messe, alcuni per altari non più esistenti, quali ad esempio Santa Maria di Costantinopoli ubicata nella vecchia chiesa di San Cristoforo. Anche gli altari laterali avevano oneri di messe specifici e per determinati devoti. Dietro l’altare maggiore era situata la sacrestia con due porte di pino di accesso alla chiesa. Il monastero nel 1696 si presentava di forma quadrata, recintato da mura. con un cortile di 95 palmi per ogni lato, con un pozzo nel mezzo di piperno con lo stemma di Montevergine, con refettorio e depositi a pianterreno e al primo piano 8 stanze, adibite ad abitazione dei monaci. Confinante con il muro del monastero vi  era un giardino di un moggio, in cui venivano allevate anche le api e dietro al  monastero un secondo giardino di circa 3 moggi con alberi fruttiferi e al centro una fontana di acqua corrente.

Il patrimonio del monastero ammontava a circa 120 moggi di terreno, più alcune case e orti; tali beni erano ubicati soprattutto nei casali di Montoro, ma anche in altre località del salernitano e non solo; il monastero aveva  un capitale di circa 300 ducati annui. Nel corso del sec. XVIII i beni del monastero subirono un ulteriore incremento, il numero degli altari in chiesa subì delle variazioni, ma in seguito alla ricostruzione della chiesa le cappelle furono di nuovo ridotte a 4; il monastero fu ampliato, divenendo  di forma rettangolare con magazzini e  vani ad uso specifico a pianterreno e al primo piano con 16 stanze; venne restaurato l’appartamento priorale e ricostruito il loggiato crollato per il terremoto del 1694. Nel monastero la vita religiosa si svolgeva regolarmente, secondo la Regola Benedettina e gli insegnamenti del fondatore della congregazione, San Guglielmo da Vercelli; la messa si cantava nelle feste, le messe private  venivano celebrate quotidianamente da tutti  i monaci; la clausura era fissata e osservata; ai monaci era proibito andare a caccia e a pesca e soprattutto praticare il gioco delle carte. I monaci  erano assistiti da persone competenti e indispensabili per la soluzione dei loro problemi, i cosiddetti  “provvisionati del monastero”, ossia l’avvocato,  il medico, il notaio, l’agrimensore. Non mancarono le liti. Ricordiamo nel 1646 la vertenza giurisdizionale con l’arcivescovo di Salerno che pretendeva di procedere alla visita canonica della chiesa del Corpo di Cristo (Busta 453) e nel 1758 la vertenza con i confratelli della congrega del Ss. Rosario eretta nell’omonima cappella con l’indicazione dei possibili provvedimenti per evitare i continui disturbi e dissidi (Busta  447). Le rendite e i beni non furono sufficienti, però, a dare  una forte  consistenza economica al monastero  che era considerato uno dei priorati più  poveri della congregazione. Nel 1764 venne impartito l’ordine di riduzione della famiglia Montoro2monastica da sei a quattro religiosi, poiché  la chiesa era “in tutto diruta e il monastero  quasi cadente” (Busta 447). Il priorato verginiano rientrò nelle leggi di soppressione del  1807. I beni e il monastero furono  successivamente venduti dallo Stato a privati;  la chiesa fu conservata al culto e divenne dal 1809 sede della parrocchia di San Leucio, la cui chiesa era pericolante,  assumendone anche il titolo. 

A Borgo la festa non solo religiosa, ma anche civile del Corpus Domini, ricorda l’antica chiesa del Corpus Domini e l’omonima confraternita, nonché la solenne processione che portava il Ss. Sacramento nel giorno del Corpus Domini per i casali di Montoro, con la partecipazione di tutto il clero, del popolo dei fedeli e delle confraternite esistenti sul territorio e che si concludeva nella chiesa del Corpo di Cristo con la messa solenne celebrata dall’arciprete di Montoro. Nell’attuale parrocchia di S. Leucio, già chiesa del priorato verginiano del Corpo di Cristo, la tela esposta sull’altare, rappresentante il S. Cuore di Gesù,  datata 1766, e i quadri della Madonna di Montevergine a sinistra di chi entra e di San Guglielmo a destra (in copia), sono testimonianza della presenza e dell’operosità a Borgo di Montoro  dei “monaci bianchi” e della secolare devozione dei montoresi verso “Mamma Schiavona”.