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Un timbro a secco con l'immagine della Madonna di Montevergine nei documenti d'archivio

(di Paola de Conciliis)

L'icona della Madonna, che compare come simbolo della Congregazione Verginiana negli atti ufficiali, è ben nota agli studi. Il sigillo cereo con l'immagine della Vergine in trono, appeso alla pergamena del 22 settembre 1298 (AMV, perg. 2611) è stato portato da p. Tropeano all'attenzione degli studiosi, insieme allo statuto dell'abate Donato (AMV, perg. 1297), del secondo decennio del XIII secolo, per istituire un confronto di date e iconografie a favore di una datazione alta, entro la fine del secolo, per la celebre icona del Santuario (P. M. Tropeano, Montevergine nella storia e nell'arte, p. 175 e ss).

Questa avrebbe sostituito la cosiddetta Madonna di San Guglielmo, databile entro il 1196, nell'iconografia del sigillo ufficiale dell'abate e della comunità negli strumenti notarili e degli atti interni alla vita della Congregazione, ad una data che, però, è sempre apparsa leggermente troppo precoce. Il pittore cui l'opera è ab antiquo attribuita (Giovanni Antonio Summonte, Historia della città, e regno di Napoli, Napoli 1599-1602), Montano d'Arezzo, veniva nominato nei pagamenti registrati dalla cancelleria angioina il 28 giugno 1310, per aver reso i suoi servigi a Filippo di Taranto, fratello minore di re Roberto, affrescando, tra l'altro, la cappella del suo palazzo a Napoli e quella da lui posseduta nella chiesa di Montevergine. Anche recentemente (W. Angelelli in La Maestà di Montevergine. Storia e restauro, Roma 2014) la datazione proposta per la grande tavola, in base ai confronti tra le altre opere attribuite a Montano e quelle dei maestri a lui contemporanei, ai quali fa riferimento la sua cultura e il suo stile, Cimabue, Duccio di Buoninsegna Timbroe Pietro Cavallini, non vien fatta risalire oltre i primissimi anni del Trecento.

Pur non potendo, quindi, condividere le conclusioni di P. Tropeano, è comunque interessante notare come l'iconografia dominante dell'epoca, la Madonna Odeghitria, fosse recepita in forme assai aggiornate in un piccolo manufatto, a tutti gli effetti un lavoro di oreficeria, quale era la matrice di un sigillo pendente del XIII secolo.

A noi che esaminiamo le carte più recenti dell'archivio abbaziale è invece dato di constatare la longevità,  per non dire il conservatorismo, con cui tale iconografia, pur nell'evoluzione dello stile figurativo, permane nella decorazione dei timbri a secco con cui venivano impressi dei “sigilli cartacei”, estrema riduzione moderna degli esemplari medievali realizzati in materiali più o meno solidi e preziosi, che troviamo nella documentazione amministrativa della Congregazione del Settecento e dell'Ottocento. In due casi, tra gli altri, uno del 1748 (AMV, busta 47), l'altro del 1805 (AMV, busta 56) si tratta di istanze prodotte a diverso titolo all'abate e al collegio dei definitori, da membri della comunità.

Nel primo incartamento si trova la supplica del p. Gennaro de Rinaldo che, offrendo un proprio capitale di duecento ducati alla cassa comune della Badial Casa di Loreto, con lo scopo di investirlo in vario modo a beneficio della comunità e per sostenere i lavori di costruzione del nuovo Loreto, si riserva la rendita corrispondente ad una piccola quota di esso e chiede per sé stesso una messa in suffragio all'anno in perpetuum. Nel secondo il priore del monastero verginiano di San Giovanni in Valle a Castelbaronia, Romano de Meo, fa ricorso all'abate di Montevergine per ottenere giustizia in una controversia con il priore precedente Ridolfo Grimaldi, relativa ad introiti spettanti al suo monastero.

Una volta esaminate ed accolte, tali istanze andavano a costiture un fascicolo insieme alle memorie delle parti, alla registrazione delle disposizioni da esse promosse e alle successive attestazioni di pagamenti e incassi attinenti. Una o più carte, generalmente l'istanza stessa e il verbale dispositivo dell'organo collegiale, sono impreziosite dall'apposizione di un sigillo ricavato in uno scampolo di carta finemente ritagliato come un origami. Questo è incollato sul foglio, su cui è steso un sottile strato di colla, forse di origine vegetale, colorata di rosso, e impresso con un timbro che riproduce la Madonna in trono con il Bambino in grembo, vista frontalmente, all'interno di una cornice ovale, su cui corre il titulus “ABBATIS GENERALIS”, ben leggibile soprattutto nel sigillo di carta azzurrina del 1805, ed è completato in basso dal monogramma MV con le tre cime e la croce cerchiata, sormontata dalla corona. Non si tratta probabilmente della stessa matrice nei due casi, ma gli oggetti erano certamente esemplati seguendo lo stesso modello iconografico, identico anche nei particolari minimi, quali i gigli angioini del fondo e il riccio del pastorale sulla destra, riferimento probabilmente alla conservazione della dignità episcopale dell'abate.