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Una finestra sulla Biblioteca

Il libro che ci č piaciuto di pių nel 2017

Il libro che mi è piaciuto nel 2017_O_Ci è capitato talvolta di sentirci chiedere qual è la nostra occupazione. Alla risposta “lavoro in biblioteca” qualcuno ribatteva “ah, vendi libri?” (no, quella è la libreria); qualcun altro diceva “metti a posto i libri” (si, anche). Ma c’e stato pure chi, meno prosaicamente, ribatteva: “chi sa quanti libri leggerai”. Certo, teoricamente ce ne sarebbero tanti, libri da leggere, a lavorare in biblioteca, ma naturalmente c'è sempre ben altro da fare, quindi il piacere della lettura lo si coltiva sul divano di casa, o magari mentre si viaggia. Tuttavia, poiché ci passano per le mani tanti e diversi libri, ci è venuta l’idea di stilare un elenco dei libri che più ci sono piaciuti tra quelli letti (o riletti) nel 2017. Abbiamo pertanto diramato l'idea attraverso i nostri consueti canali di comunicazione, chiedendo a chi volesse contribuire di inviarci una sua breve riflessione. Non abbiamo posto regole, ma solo spiegare sinteticamente perché quel libro ci ha colpito. Ecco allora le recensioni di chi ci ha risposto, trascritte in ordine alfabetico sotto il cognome del recensore.


La locandina della nostra personale "classifica" è stata realizzata dal collega Gennaro Vipraio Tiberi.




Rosalba Capone
Lacci
, di Domenico Starnone (Torino, Einaudi, 2016)
«Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti. Lo so che avere una vita ordinata, doverti ritirare a casa a ora di cena, dormire con me e non con chi ti pare, ti fa sentire cretino. Lo so che ti vergogni di dire: vedete, mi sono sposato l’11 ottobre del 1962, a ventidue anni; vedete, ho detto sí davanti al prete, in una chiesa del quartiere Stella, e l’ho fatto solo per amore, non dovevo mettere riparo a niente; vedete, ho delle responsabilità, e se non capite cosa significa avere delle responsabilità siete gente meschina. Lo so, lo so benissimo. Ma che tu lo voglia o no il dato di fatto è questo: io sono tua moglie e tu sei mio marito, siamo sposati da dodici anni – dodici anni a ottobre – e abbiamo due figli, Sandro, nato nel 1965, e Anna, nata nel 1969. Ti devo mostrare i documenti per farti ragionare?».
Cosi inizia il libro di Starnone. La prima volta, dopo averlo letto, l’avevo trovato angosciante e molto maschilista (i lacci annodati delle scarpe maschili nella copertina del libro). Protagonista della storia è la famiglia Minori, composta dai coniugi Aldo e Vanda e dai figli Sandro e Anna e dei risvolti che ognuno porta con sé dopo la fine di un rapporto, in questo caso il matrimonio dei genitori. C’è anche un ruolo importante riservato a Labes, il gatto di casa, chiamato cosi da Aldo perché diminutivo di – la bestia – mentre invece i figli e la moglie successivamente interpretano questo come un ennesimo motivo di frustrazione del padre-marito riconducendo il nome al latino Labes = rovina, sventura, pestilenza, flagello. Averlo ripreso, dopo, da vera masochista, aver assistito alla sua rappresentazione teatrale con la regia di Armando Pugliese e la bravissima interpretazione di Maria Laura Rondanini nella parte della moglie, anche nella realtà, ha colmato delle incomprensioni iniziali. I lacci che ci portiamo dietro altro non sono che le responsabilità che oggi abbiamo dimenticato. La famosa questione morale tanto cara e denigrata ritorna a farsi sentire oggi insistentemente. Abbiamo tolto tanti paletti sostituendoli con il nulla. Quando avremo la forza di ribellarci a questo vivere precario, nei rapporti, sul lavoro. Quando avremo il coraggio di riprenderci i diritti conquistati dai nostri padri con tenacia e continuamente persi per incapacità economica e politica? Non aggiungo altro perché desidero che questo induca altri a leggerlo e magari, chissà, commentarlo in un ipotetico Club alla stregua di quello di Jane Austen!

Vito Colonna
Il 2017 è stato, per me che redigo queste poche righe, un anno fortunato per quanto riguarda il tempo da dedicare alla lettura che come avviene più o meno a tutti diminuisce irrimediabilmente sia per i sempre più frenetici ritmi della vita quotidiana, sia per la ormai onnipresente tecnologia che “ruba” il desiderio di sognare tra le pagine di un libro. Ciò premesso, l'anno appena passato mi ha visto conoscere la feroce critica verso il Potere di Oriana Fallaci (Intervista con la Storia e Intervista con il Potere), la disgregazione dei valori affettivi nella famiglia americana di Philip Roth (Pastorale americana), il cinismo disilluso e surreale di Paolo Sorrentino (Hanno tutti ragione e Gli aspetti irrilevanti), ma anche romanzi di Virginia Woolf, Alberto Moravia, Elena Ferrante, Domenico Rea, Charles Bukowski.
Tuttavia, potendo indicare il mio preferito fra i molti che ho avuto il piacere di leggere, la mia scelta è Baudolino di Umberto Eco. Baudolino è l'arguto protagonista del romanzo ambientato nel Medioevo che si ritrova per un caso fortuito a migliorare la sua posizione sociale da contadino piemontese sempliciotto a ministro di Federico detto il Barbarossa, attraversando gli eventi storici legati all'imperatore, innamorandosi della di lui consorte Beatrice, modificando il corso della Storia attraverso le sue bugie e le sue macchinazioni che finiscono per diventare verità riconosciute e c'è persino la ricerca del Santo Graal... ma naturalmente, come spesso si dice in questi casi con un neologismo molto usato sul Web, non posso spoilerare il finale.
Ammetto senza giri di parole che ho una predilezione per l'Eco romanziere fin dai tempi del suo esordio con Il nome della rosa (letto ben tre volte, oltre ad aver visto l'omonimo film, ma questo è un altro discorso): pochi come lui sanno miscelare la fantasia con gli avvenimenti storici e le dispute filosofiche, rileggere i miti e le leggende che si tramandano attraverso i secoli, amalgamare la trama fino a non riuscire più a distinguere dove finisce la verità storica e dove inizia l'inventiva; la prosa è curata fino all'ultima virgola, complessa ma nel contempo scorrevole, intrisa da un sottofondo di umorismo, la qual cosa consente al lettore di “divorare” le 500 e più pagine (in media) di tutti i suoi romanzi senza alcuno sforzo, lasciandosi condurre dallo sviluppo del racconto fino all'epilogo, sempre pervaso da una poetica che resta impressa nell'animo: come dimenticare l'ultimo folio de Il nome della rosa...?
Quale modo migliore di iniziare il 2018 se non con il romanzo successivo di Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana ed augurare buona lettura a tutti.

Francesca Corrado
Non di uno ma di due libri mi piacerebbe parlare che mi hanno colpito molto profondamente... ma tanti altri ce ne sarebbero!

Il primo è italiano, scritto da un autore da poco scomparso e tuttora compianto, Ugo Riccarelli, si intitola L’amore graffia il mondo. È la storia di una donna e del suo mondo che si dipana tra gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale, scritta con un linguaggio rotondo che sembra attorcigliarsi su se stesso alternando continuamente complesse enumerazioni di fatti e persone, talvolta singolari e persino buffi, ad immagini di altissima poesia. Come nell’accidente penoso del piccolo Milio «stimolato dai morsi della fame ma anche dall’insolito silenzio e da un senso di solitudine», il maialino che vive, come tutti i personaggi della storia, tra le rotaie e i capanni della stazione, ed al quale tutti sono affezionati, che un brutto giorno viene investito dal treno: «Si fermò e lentamente si voltò a guardare, a vedere il lampo giallo e rosso che urlando inutilmente nell’aria il suo verso lo centrò in pieno, togliendogli la fame, la solitudine e la vita» (p. 34). E accanto alla leggerezza di una scrittura che sembra conferire dignità e forza evocativa alla banale normalità del quotidiano, che descrive con la potenza della musicalità la capacità della protagonista di amare ogni cosa che incontra, dai preziosi quaderni di modelli di abiti, alla amatissima oca Armida, alla scapestrata sorella Ada, al burbero padre Delmo, al cagionevole adorato figlio Ivo; accanto a tutto questo scorre la storia travagliata dell’Italia del Novecento.

Il secondo è un libro di un’autrice spagnola, Care Santos, dal titolo Il colore della Memoria che narra due storie che si dipanano in parallelo ma avvenute a distanza di quasi un secolo l’una dall’altra: una nipote che fruga nella memoria della sua famiglia per scoprire misteri che continuamente sembrano apparire e scomparire, celarsi e svelarsi tra i colori e le linee sinuose dei quadri del nonno, celebre pittore catalano. «Nascere, morire e cercare qualcosa da fare nel frattempo. Questa è la vita, semplificando un po’ le cose» (p. 417). Il romanzo fa rivivere ancora una volta la magia di una città straordinaria già al centro delle avventure narrate da Carlos Ruiz Zafon, con i suoi luoghi misteriosi, i suoi segreti inconfessabili all’interno di una storia travagliata e cupa, dolorosa e violenta. Ambigua, come quella del nonno pittore il quale esprime nei numerosi ritratti dell’amata moglie tutta la lacerazione del suo animo trafitto dal dolore della perdita ma che, tuttavia, proprio dietro ad un grande dipinto murale, il suo capolavoro, nasconde il peso ancor più lacerante di una colpa antica, quella d’averla egli stesso uccisa e murata in un impeto di gelosia. «Amava il silenzio, come tutti i grandi uomini, e come loro manifestava appena le emozioni» (p. 472).

Domenico D. De Falco
In gratitudine
di Jenny Diski (Milano, Enne Enne, 2017) non è il libro che più mi è piaciuto tra quelli letti nel corso del 2017, ma è l’ultimo di cui ho completato la lettura proprio a fine anno. Non è esattamente uno di quei libri che si definirebbero belli, ma leggerlo è stata sicuramente un’esperienza molto formativa. A tratti si faceva fatica a proseguire e per certi versi mi sono ricordato di Philippe Forrest (Tutti i bambini tranne uno). Morbosità di leggere le sciagure altrui? Non saprei dire. In ogni caso, si è quasi costretti, che lo si voglia o meno, che piaccia o no, ad una riflessione sulla propria vita: vuota, inutile, da ignavi, da codardi, oppure eroica, da capitani coraggiosi, normale … la vita questa è e abbiamo l’obbligo di viverla.
Dal risvolto della copertina: «Nell’agosto del 2014 Jenny Diski riceve la diagnosi definitiva: ha un cancro inoperabile e le rimangono pochi anni di vita. Non sa come reagire, ma sa di non avere altra scelta che scriverne. E decide di raccontare per la prima volta i suoi anni con Doris Lessing, la romanziera premio Nobel che l’ha accolta in casa da adolescente. Jenny entra nella famiglia di Doris da estranea, portando con sé tutte le paure e la rabbia, le domande e l’inquietudine di una quindicenne uscita da un’infanzia tormentata, vissuta tra i genitori e gli ospedali psichiatrici … ».

Lucia Cristina Tirri
The Story of my People. From Rural Southern Italy to Mainstream America (New York, Bordighera Press, 2015) è l’album dei ricordi della famiglia Mignone e contiene le “immagini” più significative e rappresentative di un percorso migratorio faticoso, duro, doloroso ma allo stesso tempo vitale, dinamico, entusiasmante e vincente. The Story of My People è una testimonianza rappresentativa non soltanto di un emigrante e della sua famiglia, ma di milioni di contadini italiani e della numerosa comunità degli italiani nel mondo. La scrittura è intensa, appassionata e coinvolgente. Negli anni della maturità, lo scrittore esplora le dinamiche che hanno consentito ad una numerosa famiglia del sud, proveniente dalla tranquilla, ma immobile e faticosa realtà delle campagne beneventane, di inserirsi nella dinamica, frenetica e multietnica New York degli anni sessanta/settanta.
Il percorso memoriale inizia con il viaggio alle prime luci dell’alba dal paesino rurale di San Leucio verso l’aeroporto di Roma. Il narratore osserva i monti, le colline e la bellezza del paesaggio accarezzato dai primi raggi del sole che contrasta profondamente con la scelta di lasciare tutto. I primi ad affrontare l’avventura oltreoceano, per ricongiungersi con un altro segmento della famiglia emigrata in anni precedenti, saranno la madre con i sette figli, e Mario sarà investito di grosse responsabilità.  Le prime possibilità lavorative che i parenti prospettano al ventenne Mario sono quelle manuali (construction e factory) che non corrispondono esattamente al suo personale sogno americano, ma che egli, in qualità di breadwinner,  accetterà, lavorando per cinque anni in una fabbrica di utensili. Dopo un po’ anche il padre riuscirà a partire e, appena laureatosi in medicina, anche il fratello maggiore inseguirà il suo sogno americano. Una volta che la famiglia si è ricomposta, Mario Mignone può scrollarsi di dosso parte delle responsabilità che gli erano state affidate e convogliare maggiori energie verso le proprie aspirazioni. Cruciale, perché tappa fondamentale verso una straordinaria carriera accademica, sarà l’incontro con il Club italiano presso il City College, che diviene spazio di rinascita, dove «a new identity was built, brick over brick» e «reshaped in many ways» (p. 109).
La storia della famiglia Mignone è un esempio positivo di autodeterminazione, di voglia di arrivare, di rivincita. Sentimenti che lo scrittore ritroverà negli occhi dei tanti immigrati, non soltanto italiani, che conoscerà nel percorso universitario, e che egli cita nella pagina iniziale dei ringraziamenti, in quanto fonte di ispirazione e molla determinante per scrivere una storia sulla solidarietà sviluppatasi tra i vari gruppi etnici, accomunati non dalle stesse origini ma dallo stesso intento di autoaffermazione nel mainstream americano. Il processo memoriale si presenta come un’avvincente e una promettente avventura, per cui si è portati a leggerlo tutto d’un fiato. Il libro è scritto in inglese, un inglese chiaro, coinvolgente, fresco e immediato, anche se chiaramente ragionato. È intriso di brevi frasi dialettali, rimaste vividamente impresse nella mente dello scrittore perché legate a momenti particolari del suo percorso iniziatico.  Questa scrittura autobiografica si rivela un atto d’amore per la terra d’accoglienza, una terra generosa, ospitale e rispettosa verso chi persegue il proprio nobile ideale di affermazione con rigore e impegno impareggiabili. È proprio la determinazione, la pazienza, la capacità di sopportazione tipica del mondo contadino a forgiare l’animo degli emigranti. Mignone individua nell’ancestrale cultura contadina i semi che hanno dato vita alla completa realizzazione di moltissimi italiani in terra straniera. La voce narrante può affermare con orgoglio che: “It seems that America was made for us and we were made for America.” (p. 88) Le barriere incontrate negli Stati Uniti sono molteplici ma non insormontabili, sicuramente meno rigide e solide di quelle  presenti in Italia. Mignone riflette sulla chiusura del mondo contadino degli anni cinquanta, dove molto marcati erano i confini tra le varie proprietà, tra la vita di campagna e quelle di città, tra le classi sociali, tra le possibilità di miglioramento dovute a sinistri meccanismi di reclutamento. Prima di giungere negli Stati Uniti non gli erano estranei sentimenti di emarginazione, li provava ogni mattina quando dal paese si recava a scuola in città, sentendosi inadeguato, segnato e in qualche modo “condannato” dalle proprie umili origini. Mario aveva sempre percepito i limiti della realtà rurale in cui viveva per cui era solito arrampicarsi  sull’albero di betulla, su cui poteva sentirsi leggero e sognare di orizzonti lontani. Dall’autobiografia emerge un narratore innamorato della terra adottiva, ispirato dai paesaggi naturali italiani, nutrito dalla cultura contadina, deluso dalle dinamiche di esclusione sociale del paese  d’origine. Tuttavia, non ne risulta il resoconto di uno scontro quanto quello di un incontro, di immagini e di immaginari che si scoprono complementari Da questo punto di vista diventano complementari anche le due Italie, quella colta e raffinata e quella arretrata e rurale, che nei testi sull’emigrazione non sembrano incontrarsi mai. Questa autobiografia dimostra quanto le memorie possano unire le generazioni e colmare inevitabili gap storici, in quanto un’excursion nel passato si rivela una’excavation vivificante nell’odierna società multiculturale. Mario Mignone in Story of my people riscrive, attraverso la sua storia, la Storia della comunità etnica del Bronx, dell’America, dell’Italia. Questo testo autobiografico, che ci propone un sapere di scambio, si affianca ad altre preziose testimonianze che tessono il racconto della nostra storia migratoria. Il memoir di Mario Mignone restituisce un affresco interessante di quell’Italia fuori d’Italia, contrassegnata da passione, creatività, ingegno, consapevolezza. Il testo dimostra quanto gli incroci degli sguardi tra le migrazioni di ieri e quelle di oggi favoriscano straordinari laboratori di Storia e di storie. Dalla lettura di questo affascinante percorso migratorio ne risulta arricchita non soltanto la conoscenza scientifica ma soprattutto la dimensione umana, dello sguardo sull’altro e, per riflesso, su noi stessi.