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Una platea dell'archivio di Montevergine: San Gennaro di Terranova

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un estratto della tesi di laurea magistrale in Scienze storiche, prova finale in Archivistica, di Giovanni Schiavone, discussa recentemente presso l’Università degli studi di Napoli (relatrice Antonella Venezia, correlatrice Anna Maria Rao). La platea qui descritta riguarda una dipendenza di Montevergine, Terranova, ora frazione del comune di San Martino Sannita, in provincia di Benevento.

(di Giovanni Schiavone)

Platea_TerranovaLa platea del monastero verginiano di San Gennaro di Terranova, la cui datazione è riferibile al biennio 1757-1759, è conservata presso l’archivio di Montevergine. Tale monastero, grazie al rapporto di dipendenza diretta in alcuni periodi della sua esistenza con l'abbazia di Montevergine, è fra tutti i monasteri verginiani quello che presenta una considerevole documentazione per quanto riguarda le sue vicende, che sono desumibili anche dal Liber plantarum della platea di Terranova, precisamente dal f. 3r al f. 10r.

Le platee, costituite da mappe acquerellate dei possedimenti della Congregazione verginiana, accompagnate dai relativi inventari dei beni immobili, possono essere definite a tutti gli effetti, con linguaggio moderno, un catasto. Con tale documentazione, unita a quella relativa ai libri contabili, la Congregazione verginiana poteva prendere visione della consistenza dei propri beni e allo stesso tempo tutelarsi da possibili rivendicazioni di natura territoriale o economica.

La trascrizione del documento, preceduta da un'introduzione archivistica, è stata condotta rispettando quanto più fedelmente possibile l'originale, sciogliendo tutte le abbreviazioni tramite il ricorso alle parentesi tonde e lasciando la punteggiatura e l'uso delle maiuscole anche quando il loro uso si discosta da quello moderno.

Per quanto concerne l'introduzione archivistica, col fine di inserire il documento nel suo contesto di conservazione, si è tracciata una breve storia dell'Archivio di Montevergine, che va dalla sua formazione fino al presente, delineando come si sia trasformato da "memoria autodocumentazione" in "memoria fonte".

L'archivio inteso come fondo documentario viene a formarsi all'incirca con l'Abbazia di Montevergine ed è relativo proprio a quella documentazione che ne attesta la fondazione e la conseguente tutela dei diritti sui propri beni.

La distinzione fra memoria autodocumentazione e memoria fonte, inerente alla documentazione dell’archivio di Montevergine, è ovviamente riferibile anche alla Platea oggetto del presente lavoro. A tal proposito si cita una disposizione del Capitolo generale dell'8 maggio 1586, che segna anche l'origine della produzione di questa particolare tipologia documentaria:

«Ordinamo di piu che tutti li Priori locali fra termini di doi mesi debbano mandare l'inventario de tutti e beni de Monasterii mobili, e stabili, dove stanno li stabili con chi confinano, chi le tengono, et quanto rendono, autenticato con fede di Notaro, et che essi ne debbano pigliar copia, et quella serbare dentro una cascia da farsi in qualsivoglia monastero che sia detta la cascia delle scritture dove siano anche conservati li instrumenti e li quinterni de introito et essito, gl'inventari e qualsivoglia altra scrittura spettant'al beneficio del Monasterio».

Tale disposizione, che fra l'altro indica anche la nascita degli archivi particolari delle singole dipendenze di Montevergine, stabilisce che tutti i priori delle case dipendenti dovevano inviare un inventario di tutti i beni mobili e stabili in loro possesso. Lo scopo, come già accennato, era di avere una base documentaria giuridicamente valida che attestasse i diritti della Congregazione verginiana.

Oggi, le platee, esaurita da tempo la loro natura di "inventari catastali", svolgono un'importante funzione di documentazione storica.

Per quanto riguarda il contenuto della Platea di Terranova, si fa presente che essa è una copia, acquisita e conservata presso l'Archivio di Montevergine in ottemperanza a precise disposizioni vigenti all'epoca della sua redazione. Il suo contenuto può idealmente tripartirsi: la prima parte funge da "introduzione" e mostra l'iter che si è seguito per giungere alla sua realizzazione; seguono poi il Liber revelationum ed il Liber Plantarum. Il primo è costituito dalle «rivele fatte da particolari possessori de beni, Censuari, e rendienti», il secondo dalle descrizioni (dilucidationes) e dalle piante dei relativi terreni e stabili. Pertanto il testo si articola secondo formulario standardizzato che si ripete di rivela in rivela, di dilucidatio in dilucidatio.

Come ci informa il notaio Lorenzo Chiavelli, rogatario del documento, esiste già una platea risalente al 1718, redatta dall'agrimensore Bartolomeo Cocca. Tale platea in realtà poiché «sollennis non fuerit, generalis, et vera; sed privata, particularis, et ut plurimum scatens erroribus» non poteva avere validità giuridica. Va però segnalato che nove delle ultime dieci piante del nostro documento sono tratte dal Chiavelli proprio dalla platea del Cocca.

Al f. 47r/v è presente l'editto di pubblicazione dove il Chiavelli riepiloga di aver ricevuto il compito di redigere una Platea «de beni, stabeli, rendite, censi, e redditi, del Real Monistero di San Gennaro di Terranova» in data 22 gennaio 1757 e avendo ormai portato a termine il compito affidatogli, fatta la relazione prevista presso la Reale Camera di Santa Chiara, deve per ordine della stessa procedere alla pubblicazione della Platea. Come si legge al f. 49r il 17 luglio 1759 si pubblica la Platea; il 27 luglio in considerazione del fatto che non si è presentato nessuno, nei termini stabiliti, di coloro che possano avere interessi pendenti, la Platea è «conclusa atque firmata praesentibus pro Textibus dominis Nicolao Batto Terraenovae, Domino Gabriele Mastro Iacono Mercuriani, Bonaventura Pecoriello Terrae Cucciani, et aliis»; al 31 luglio è riferibile la sententia del Chiavelli, riportata al f. 49v con la quale si dispiega tutto il potenziale giuridico della Platea.

Il Liber Plantarum si apre con il privilegium di agrimensore  accordato a Lorenzo Chiavelli, al f. 1r/v, che come dichiarato dallo stesso, in calce al f. 1v è una copia conforme all'originale in suo possesso: i tavolari del Sacro Regio Consiglio, avendo ricevuto dal Chiavelli la richiesta di essere annoverato fra gli agrimensori del Regno e ritenutolo capace sia per quanto riguarda la matematica sia per quanto concerne la geometria, lo hanno ammesso all'ufficio di agrimensore, concedendogli «la potesta, e facolta di misurare, ed apprezzare campi, orti, terre, massarie, fabbriche, e possessioni, e di tali misure, ed apprezzi formare fedi autentiche».

Si passa poi alla descrizione o dilucidatio delle varie piante dove per ogni terreno si danno le misure e si elencano i confini.